Joel Schumacher: il newyorkese che amava Fellini

scritto da: Giordano Giannini

È andato via, in silenzio. Non ha mai posseduto quella forza e originalità essenziali per lasciare tracce durature, ma non gli si può negare d’essere sempre stato “sulla breccia”, guidando le prime “avventure” in videoteca di chi, come lo scrivente, ha cercato e tutt’ora cerca di fare del cinema la propria vita. Strano amico d’oltreoceano, ennesimo compagno di viaggio perso lungo la strada. Nel periodo a cavallo tra gli anni ‘80 e ’90, insieme a Adrian Lyne e Joseph Ruben, Joel Schumacher fu, aldilà della qualità dei singoli esiti, uno fra i pochi cineasti letteralmente ossessionati dal trasporre in immagini le crudeltà sottaciute, le delusioni, gli inascoltati “appelli”, l’animo “doppio” della piccola borghesia americana; così pure il suo rimpianto dell’innocenza (Cugini), la ricerca – spesso tesa e contorta – di armonia (Un giorno di ordinaria follia) e soluzioni al timore della morte (Linea mortale), in una cultura, quella d’oltreoceano, che nega sostanzialmente entrambi oppure ne offre ingannevoli surrogati.

A differenza di tanti “pifferai” hollywoodiani di ultima generazione, che rintronano solo per il gusto di farlo, Joel Schumacher conosceva bene la Decima Musa e il suo passato. Le strizzava l’occhio, senza malizia: in Phone Booth (‘02), ad esempio, storia di un PR (Colin Farrell) da strapazzo che vedrà una telefonata mutarsi in una straziante confessione, l’afflato sperimentale dell’hitchcockiano Nodo alla gola si amalgama a La vita corre sul filo di Pollack e al suo incubo “a cornetta sollevata”; la Poison Ivy (Uma Thurman) di Batman & Robin (‘97) sboccia da un costume scimmiesco come Marlene Dietrich in Venere bionda; il torvo 8MM (‘99), girovagando fra “slums” e “snuff films”, riprende un discorso avviato vent’anni prima da Paul Schrader con Hardcore mentre nel musical Il fantasma dell’Opera (‘04) – l’opera figurativamente più ricca in quarant’anni di carriera – lo scenografo Anthony Pratt (Zardoz) e la costumista Alexandra Byrne (Maria, regina di Scozia) assecondano il regista nella sua decadente scorribanda, fra braccia che sbucano dai muri, reggendo candelabri, come ne La bella e la bestia di Cocteau, e ricevimenti danzanti che guardano sia alla bottega di Coppelius che alla «molle» Venezia de I racconti di Hoffmann di Powell & Pressburger. Non da ultimo, Trespass (‘11), il “testamento” di Schumacher, cela sottopelle Ore disperate di Wyler, ineguagliato capostipite del filone detto “home invasion”.

L’autore che ha più influenzato il cineasta newyorchese resta, comunque, il nostro Federico Fellini. Se ne accorsero già Tullio Kezich (Camunia, ’87), Claudio G. Fava e Aldo Viganò (Gremese, ‘91). Gli omaggi non si limitano, però, al lugubre imbottigliamento stradale di 8 ½ – ripreso, ovviamente, da Un giorno di ordinaria follia (‘93) nel prologo – e neppure ai perdigiorno de I vitelloni, trasformati, in St. Elmo’s Fire (‘85), nei giovani rampanti del decennio Ottanta: un fitto “pulviscolo” di cenni, specie musicali, dall’opera del maestro riminese fluttua sulle pellicole di Joel Schumacher. 

L’influenza di Fellini nel cinema di Joel Schumacher

Sempre nel prologo de Un giorno di ordinaria follia, un cartellone si eleva sul traffico losangelino: l’immagine di una “pin-up” promette vacanze bollenti e un vandalo le disegna sopra, birichino, un omuncolo che, annaspando fra i giunonici seni, grida aiuto proprio come Peppino De Filippo ne Le tentazioni del dottor Antonio, noto segmento di Boccaccio ’70. Nel citato St. Elmo’s Fire, Leslie e Kevin fanno l’amore – sic! – su una bara, mimando in toni da ‘sit-com’ l’episodio della Matrona di Efeso nel Fellini Satyricon; l’amica loro, Jules (Demi Moore), moderna Cabiria conciata “alla Cyndi Lauper”, farà della sua nursery una felliniana prigione con tanto di variopinto Pierrot di pezza come compagno “di cella” e di chimere.

Ancora, per il delicato Cugini (‘89) – versione americana del francese Cousin, Cousine – il musicista Angelo Badalamenti riscrive a ritmo di polka e valzer il celebre tema di Nino Rota da La dolce vita e l’agghiacciante ‘outlet’ per sposini, geniale invenzione di Mark Freeborn (Figli di un dio minore), non può non riportarci ai défilés e ai caroselli pubblicitari di Toby Dammit e Ginger e Fred. Le passeggiate notturne di Fellini, sotto la pioggia, in mezzo a travestiti e materne ‘entraîneuses’, traspaiono in qualche modo da Flawless (‘99), il film forse più vulnerabile e personale di Schumacher.

Infine, il baloccoso Batman Forever (‘95), odiato e amato in egual misura, forte delle scenografie di Barbara Ling (The Doors) e dei costumi di Bob Ringwood (Dune), può considerarsi il “Fellini da vedere alle elementari”: in esso tutto, dai luoghi ai personaggi, è “circense”, eccedente, goffo ed ambiguo. La pellicola si avvale, poi, di una fra le partiture più roboanti di Elliot Goldenthal, debitrice, in più di un passaggio, della «clownerie» tipica di Rota: ben assimilato dai coniugi Barron l’uso del ‘theremin’ e altri effetti elettronici, in brani quali “Nygma Variations – An ode to Science” o il “Tripudium di Due-facce” Goldenthal si diverte a citare le frenetiche “corsette” e certi “infernali” riverberi da pianola wurlitzer del compositore milanese, rinvenibili in A m’arcord (‘L’emiro e le sue odalische’) o nei suaccennati 8 ½ (‘Il galop di Carlotta’) e Toby Dammit (‘The awards’, ‘Toby Dammit’s last act’).

Viceversa, in “Mr. E’s dance card”, tappeto sonoro delle caleidoscopiche feste di Gotham City, “frammenti” da Il bidone (‘Ballerina Night’), Le notti di Cabiria (‘L’illusionista’) e I clowns si fondono vorticosamente, evocando oltretutto le atmosfere tzigane di Jacob Gade (Jalousie) e falso-mediorientali di Frank Hunter (Strange Echoes). Benedetto Joel, non lo saprai mai… ma quanto ci hai fatto “giocare”!


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