Jean-Luc Godard est mort… Tout va mal! La fine del cinema del ‘900

Con Jean-Luc Godard finisce il cinema del ‘900 spentosi già, a detta del regista, da moltissimo tempo. Disfattismo o lungimiranza? Cinque film, risposte diverse. E saranno le vostre.

Un’altra pagina del Novecento si accartoccia nel fuoco. Ma non nel ricordo. A fianco di artisti (la regale Irene Papas, ad esempio) che ci illudevamo non sarebbero mai scomparsi, Jean-Luc Godard, classe 1930, è salito sulla barca della notte. Pensieri duri, disincantati (quindi anche pietosi, alla fin fine) quelli che il cineasta parigino espresse sulle miserie occidentali; miraggi e intuizioni d’intransigenza quasi “adolescenziale”, sovente tradotti in inquadrature belle da far venire il groppo in gola, già da tempo “costretti” in un corpo, il suo, che purtroppo non voleva più sentir ragioni. Penna erudita, a volte intollerabile per mestizia e sfiducia (ambedue lucide, mai lamentose), il più coerente portavoce del movimento estetico detto “Nouvelle Vague”, dipanatosi tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, fu ed è tutt’ora oggetto di tentativi di “incapsulamento”.

C’è chi lo ritiene un combattente marxiano armato di cinepresa, “reperto” di una stagione, nefasta o illuminata che fosse, comunque tramontata. Pellicole quali La chinoise (‘67) o Le Vent d’est (‘69) parlano da sole: programmaticamente ideologiche, mal invecchiate, odorano di muffa e irradiano suggestione a dispetto del contesto divenendo, agli occhi del fruitore moderno, ora sgraziate “preghiere” ora foschi carnevali, ad ogni modo giochi. Viceversa, studiosi “alternativi”, non riconciliati – come Claudio Siniscalchi, autore di un provocatorio saggio intitolato Quando la «Nouvelle Vague» era fascista (Il Settimo Sigillo; 2018) – intendono in Godard il grido “senza colore”, contro un mondo putrido, di un ineffabile anarchico il quale, mediante i potenti Alphaville (‘65) e Due o tre cose che so di lei (‘67), un quindicennio prima di Robert Bresson, richiamò l’attenzione su «lo spreco che si fa di tutto, questa civiltà di massa dove ben presto l’individuo non esisterà più. Questa folle agitazione. Questa immensa impresa di demolizione dove moriremo per colpa di ciò per cui avevamo sperato di vivere. La stupefacente indifferenza della gente, con l’esclusione di alcuni dei giovani più lucidi». E proprio quei giovani, anzi quelle giovani (che hanno le fattezze di Jean Seberg, Anna Karina, Marina Vlady, Anne Wiazemsky, Myriem Roussel), lucide e impotenti, un poco infantili, vincolate a coltivare affetti sinceri in mezzo al nulla, che scoprono di trovarsi (di essere sempre state?) al centro di disegni storici, sociali, culturali, persino “divini” più grandi di loro, il nostro le ha tratteggiate sul grande schermo come nessun altro collega (eccetto forse Éric Rohmer e Marcel Carné all’ultimo scorcio di carriera).

Temperamento inquieto e insieme pacato, Godard fu e rimase negli anni un gamin (“monello”) della macchina-cinema, in perenne, irritante (si veda il radicale Adieu au langage), ogni volta sorprendente sperimentazione. La vita, il lavoro: li ha amati con ogni fibra del suo essere, mischiandoli, facendone una cosa sola. Scelte coerenti, compresa l’ultima, definitiva. Nessuna forma di “ricatto” nei riguardi di coloro che sono rimasti: ha chiuso una porta, chi vuole lo raggiungerà. «La patrie d’un homme qui peut choisir c’est où viennent les plus vastes nuages» scrisse André Malraux (al quale, fra l’altro, Godard inviò una lettera di fuoco per non aver preso posizione sull’ordinanza censoria attuata contro il film Suzanne Simonin, la Religieuse di Rivette). Con altre ali quella patria hai raggiunto, Jean-Luc. Non è ancora il momento ma ci rincontreremo. E sorrideremo. Nel frattempo, invitiamo il lettore amante della Decima Musa a riscoprire cinque gemme che, senza indugio, incastonerà nel cuore.

5Una donna sposata (1964)

Raffaella Carrà? «Ma mi faccia il piacere!» direbbe Totò buonanima. Per primo fu l’ombelico di Macha Méril, attrice di teatro franco-russa, ad accendere le fantasie di una generazione. Frasi fatte, sguardi timorosi, mani indiscrete su un ventre che pare uscito dalle più fini tele di nudo di Bouguereau: è il prologo de La femme mariée (la censura agì sul titolo, cambiando l’articolo determinativo nel più vago “una”: lo riportiamo, dunque, come l’autore lo volle), ambientato in una camera d’albergo come tante, in un mattino come tanti, entrambi trasfigurati dalle luci (di Raoul Coutard) in un piccolo Eden all’alba del mondo; “sintetico”, certo, ma sul quale, in pochi, memorabili attimi scende un “velo” d’inumano amore. Quattro capitoli: La memoria, Il presente, L’intelligenza, L’infanzia. I vagoni piombati che portarono ad Auschwitz appartengono a un già remoto passato. Il nome di Hitler non fa né caldo né freddo, Marlene Dietrich non è più di un poster da appendere al muro. Al Quartetto per archi n. 14 di Beethoven si preferiscono risibili LP di stimolazione erotica. I versi di Apollinaire convivono con trafiletti di giornale che pubblicizzano tailleur e il “famigerato” How to undress in front of your husband (’37) di Dwain Esper. Il decennio Sessanta nella sua complessità e fragilità: ciò racchiude l’esito più felice della prima fase di Godard.

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