domenica, Settembre 19, 2021
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Intervista col vampiro di Neil Jordan: prima che i Cullen brillassero

Una singolare visione dei “figli della notte”: non più reietti ma cultori del cinema come ultimo, tecnologico elisir d'immortalità. Ciò offre Intervista col vampiro.

«Volgari invenzioni di un pazzo irlandese» così il succhiasangue creolo Louis de Pointe du Lac (un misurato Brad Pitt), antieroe del visionario Intervista col vampiro (’94), sorriso sulle labbra, liquida l’immaginario (collane d’aglio, crocefissi, paletti di frassino) a cui Dracula (1897) diede risonanza. Non è l’unico. Nel saggio Agarttha transilvana, Mircea Tămaş, docente al Centennial College di Toronto, ci spiega per quali vie Bram Stoker – e, prima di lui, Dumas padre (la raccolta I mille e un fantasma, la novella La donna dal collier di velluto), Jules Verne (il romanzo Il castello dei Carpazi) e quel corpo di dottrine teosofiche che deformò, a sua volta, la lettera e lo spirito di Sándor Csoma, orientalista ungherese – abbia favorito, con la sua celebre “creatura”, la percezione della Romania e dell’intera area dei Balcani occidentali come “culle” del vampirismo, del demoniaco, dell’occulto, offuscandone le vere tradizioni.

La scrittrice Anne Rice e, seguendola fedelmente, il cineasta Neil Jordan (In dreams) aspirano, comunque, ad altro che non a recuperare miti “profanati” o restituire dignità a culture offese: i “loro” non-morti sono ben lontani dai boschi carpatici. Viceversa, presentano maggiori affinità con il Marchese De Sade, pur avendone preso solo ciò che gli fa comodo. Esteti un po’ grevi, proteiformi emuli del Cherubino de Le nozze di Figaro (in una sequenza si canticchia l’aria Non più andrai), nondimeno estranei al suo brio scherzoso; frangibili maschere che celano l’Uomo Moderno, forgiato nel settarismo e nelle lusinghe della Rivoluzione Francese, simili esseri non sanno più di dove vengano né dove stiano andando; si convincono che la vita non ha origine o finalità, non arreca pena né salvezza. Irreale è ogni legge o barriera. Sprezzare, godere, arraffare, divenire sovrani di sé stessi: sono gli unici valori degni di tale nome. «Non c’è nulla a questo mondo che non abbia attrattiva» sentenzia, infatti, Lestat (Tom Cruise, superbamente doppiato da Roberto Chevalier), istrionico libertino dai canini a punta il quale, nel 1791, protetto dalle torride notti di New Orléans, farà “suoi” il suddetto Louis, affranto per la perdita della famiglia, e l’orfana Claudia (la dodicenne e già brava Kristen Dunst), crudele, boccolosa “pupattola” che pare scesa da una tela di Augustus Mulready ma con un più acuto “odore di zolfo”.

L’adesione a tali valori – e da ciò, va detto, il Divin Marchese mise sovente in guardia – non porterà, tuttavia, i protagonisti a beneficiare della vera libertà bensì a cadere nell’ennesimo ferreo dominio, non meno esigente delle leggi di Dio o dei mortali; un «monoteismo rovesciato», per citare Klossowski, nei cui riguardi saranno condannati, ancora una volta, a “mimare” obbedienza dapprima e rifiuto poi. Signore di un buio, angusto Eden di cui Claudia e Louis sono gli sprovveduti Eva e Adamo, Lestat incoraggia e reprime, finge e rivela, dà e toglie, tutto in pieno arbitrio: «Siate contenti di come vi ho fatti!» è la frase con cui zittisce i riottosi “figli”. Almeno fino al giorno in cui Claudia, con l’inganno, lo avvelenerà, gettandone poi il corpo in pasto ai coccodrilli: «L’ho fatto perché fossimo liberi» dice la piccola a Louis, con la sottile fierezza della femme fatale di un film noir. Ora i due possono finalmente partire per l’Europa e tornare a porsi le cruciali domande che scordarono o dalle quali furono distolti: “Chi sono?”, “Chi mi ha donato la vita?”. “Perché?”, semplicemente. Forse neppure il Vecchio Mondo fornirà valide risposte…

Già da queste poche righe si può intuire come Intervista col vampiro incorpori complesse suggestioni letterarie (il menzionato Sade ma anche Dickens e, con minor evidenza, Bulwer-Lytton), pittoriche (gli inglesi Grimshaw e Mulready, ovviamente, Henri Gervex, perfino i ritratti delle principessine sabaude nella Galleria di Stupinigi, con quella luce fredda e appena triste che li avvolge) e drammaturgiche (il Teatro parigino del Grand Guignol)… eppure è l’omaggio al “prodigio tecnico” dei Lumière (si guardi l’epilogo) ad occupare un posto speciale nella memoria del pubblico: dopo decenni di oscurità, Louis potrà ammirare, senza timore, la luce del sole sul grande schermo (rispettivamente in Aurora di Murnau e Superman di Donner), bella e “reale” come mai era stata prima.

La morale, affatto nuova, suona pur sempre onesta e dolente: al Nulla o ad una “falsa” immortalità, ricevuta al pari di un’infernale elemosina, dove ogni evento è destinato futilmente a ripetersi, come un “cattivo infinito”, è preferibile certo l’Arte poiché essa sa dar scacco alla morte e, ugualmente, apre una finestra da dove la rappresentazione della vita giunge agli occhi “autentica” più della vita stessa, purificata e restituita nella sua intima, segreta bellezza. Emanazioni dell’Arte divengono, nel caso in esame, il cinematografo e i suoi “antenati” (il viaggio per mare di Claudia e Louis ci viene “riassunto” attraverso i disegni a carboncino della bimba, curiosamente somiglianti ai panorami in vetro per cromatopii e lanterne magiche).

Se il regista ed Anne Rice (anche sceneggiatrice) si fossero concentrati su tale aspetto, trascurando un’inutile digressione interna – l’incontro fra Louis e Armand (Antonio Banderas), capocomico del “Théâtre des Vampires”, ossia fra l’America, impulsiva ma ancora capace di umana compassione, e l’Europa, deviata, giullaresca e ormai agonizzante, rasenta, pur non cadendovi, la volgarità intellettuale – avrebbero realizzato un’opera ancora più preziosa di quanto già non sia.

Eccellenti, in ogni caso, i contributi tecnici: fotografia di Philippe Rousselot (Le relazioni pericolose), scenografie di Dante Ferretti (Il nome della rosa), costumi di Sandy Powell (La favorita) e partitura di Elliot Goldenthal (Alien 3), affiancata da gemme della musicalità barocca e tardo-romantica (es. Händel, Debussy, Franck). Si consigliano, infine, per un confronto: Bram Stoker’s Dracula (‘92) di Francis Ford Coppola e Byzantium, secondo, originale approccio di Neil Jordan al mito del vampiro, diciott’anni dopo.

Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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