venerdì, Marzo 1, 2024
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Il cacciatore di Michael Cimino: una gigantografia cinematografica con fuori la morte e dentro la vita

Il cacciatore, il capolavoro di Michael Cimino, torna al cinema il 22, 23 e 24 gennaio con Lucky Red per un'uscita evento in occasione dei suoi 45 anni.

Il cacciatore di Michael Cimino compie 45 anni. Per celebrare l’anniversario, torna allora in sala il film che fece toccare con mano agli Stati Uniti i residui bellici della guerra del Vietnam. Era la prima volta che accadeva: la tenebra di Apocalypse Now sarebbe arrivata nei cinema poco dopo, nel 1979, mentre più a distanza avrebbero seguito Platoon (1986) e Full Metal Jacket (1987). Dopotutto le celebri immagini della rocambolesca fuga dall’ambasciata americana di Saigon erano vecchie solo di tre anni.

Nel 1975 la capitale sudvietnamita infatti cade e decreta la sconfitta dell’impegno militare degli USA. Il Paese asiatico lo avrebbero comunque conquistato non molto tempo dopo, con una forza ancora più dirompente delle bombe al napalm: il libero mercato. Lo mostra bene un altro film, questo recente, che mette in scena il precipitato mai posato di quella ecatombe storica: sarebbe a dire il controcampo afroamericano del Da 5 Bloods di Spike Lee, con una Saigon dei giorni nostri tutta schermi e McDonalds.

Una filosofia artistica senza compromessi

Ma tornando a Il cacciatore, ciò che stupì e ancora stupisce è il fatto che non sia un vero e proprio film di guerra. Il Vietnam, con le sue giungle, i suoi fiumi, le sue piogge, le sue pallottole, compare, sì, e lo fa a misura di gigantografia cinematografica. Con un dispiego di mezzi, scenografie e comparse che fecero moltiplicare e moltiplicare il budget di una impresa titanica. Una filosofia artistica, quella di Cimino, che non conosceva compromessi; ne avrebbero pagato le spese lui e soprattutto la United Artists un paio d’anni dopo, quando il successivo lavoro del regista, I cancelli del cielo, fu un sonoro tonfo commerciale e condusse alla bancarotta lo studio di produzione.

Tutto questo arriva, però, dopo più di un’ora nella sceneggiatura clamorosamente non premio Oscar di Deric Washburn – in totale il film di Academy Awards ne vinse cinque: film, regia, attore non protagonista a Chrisopher Walken, montaggio, sonoro. Prima che il dolore irrompa inondando di disperazione l’inquadratura, c’è la sconclusionata bellezza di una vita qualunque. La vita di un’America sporca di polveri e sudore, intrisa di quel vissuto proletario in un puntino qualsiasi dell’entroterra che qui ha il nome di Clairton, Pennsylvania, cittadina adombrata dallo skyline non di grattacieli ma di una fumacchiante acciaieria.

Per di più: è la vita di americani figli di immigrati russi, cioè dei mattoni su cui si fonda il Paese a stelle e strisce ma allo stesso tempo figli – in una delle molte vertigini dell’opera –  un po’ anche di quel colosso rosso con il quale gli Stati Uniti si sarebbero contesi gli equilibri geopolitici del globo per quasi mezzo secolo di Guerra fredda. E con il quale, di rimando, si stavano ammazzando a distanza sul suolo vietnamita. Memorabile, straziante, straniante quando al personaggio di Walken, Nikanor Nick Chevatorevich, domandano in un ospedale militare la provenienza del cognome: «Russo?». Lui, che stando allo sguardo forse è già morto, risponde: «No, americano».

L’ingovernabile coefficiente del caso

Nella versione in cui torna la pellicola, distribuita in Italia da Lucky Red, la risoluzione rilavorata in 4k dà allora prima di tutto valore alle panoramiche di quei monti che sul finire del primo terzo della pellicola demarcano altissimi un confine. Dentro questa muraglia naturale, quasi dipinta su uno sfondo sempre bene a fuoco, c’è un cuore che pulsa: con le sue sciocchezzuole, le sue baldorie, il suo bisticciare alticci allegri amanti. Fuori c’è l’oblio della morte. E fa tremare la terra sotto i piedi quando in alcuni istanti l’oblio si insinua ad aleggiare in questa valle di beata gioventù quasi a voler anticipare la partenza da cui, se si torna, non si torna come si era prima.

Nella regia e nei primi piani durante i festeggiamenti al bar Cimino mette una distanza siderale tra chi parte – Mike (Robert De Niro), Nick (Walken), Steven (John Savage) – e chi resta – John (George Dzundza), Axel (Chuck Aspegren), Stan (John Cazale). Quest’ultimo, in particolare, è la testimonianza di come l’arte, le pulsioni della vita e i vapori della morte formino talvolta un’unica macabra danza. Cazale, malato da tempo di cancro ai polmoni, fu fatto ingaggiare dagli Universal Studios su pressione del regista, di De Niro e di Meryl Streep, che nella pellicola interpreta Linda e che di Cazale era all’epoca compagna. All’attore, che nelle orbite ha impresso un destino che da suo intimo e individuale nel film diventa smarrimento collettivo e generazionale, vennero fatte girare per prime le sue scene perché si sapeva non sarebbe sopravvissuto al termine delle riprese. Così fu.

Come a dire che il vivere non si distilla tutto dentro una bacinella. Qualcosa straborda sempre. Da qui, di questa partecipazione dei fattori talvolta ingovernabili dell’esistenza, è prole anche la scena della roulette russa. Un’intuizione così iconica da entrare come un lampo nell’immaginario cinematografico, da imprimersi a correlativo oggettivo di un film che è la Storia e della storia che è tragedia. Così iconica anche perché così feroce nel portare dentro alla grande idiozia della guerra – idiozia che è calcolo, numero, strategia – l’incollocabile coefficiente della fortuna. O meglio: del caso. Il tamburo gira, se è vuoto, click e vivi. Se è pieno, click e dalla testa zampillano densi il passato, gli amori, le aspettative, fino a raggrumarsi in terra in una pozza che ha la forma di un futuro che mai sarà.

Guarda il trailer ufficiale de Il cacciatore

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