Hugh Jackman: l’icona e l’uomo dietro la maschera di Wolverine

scritto da: Ludovica Ottaviani

Ci sono personaggi iconografici che segnano, nel bene o nel male, il cinema e la carriera dei propri interpreti. Ne decretano il successo come l’insuccesso, sia agli occhi del pubblico che della critica, legando il destino di un attore e la propria fama ad un personaggio iconico che decreta la sua popolarità anche in base all’ambito culturale dal quale proviene. Ad esempio lo sconfinato universo dei cinecomics permette ad un interprete di raggiungere un numero più ampio di persone che saranno poi portate ad identificare un attore col suo personaggio: così è accaduto, ben diciassette anni fa, all’australiano Hugh Jackman.

Classe 1968, nato a Sydney, fino ai primi anni 2000 coltiva il suo talento sulle assi dei palcoscenici australiani prima e londinesi dopo, prendendo parte a numerosi musical e consolidando, così, la propria preparazione da esperto performer nel canto e nel ballo. Ma dal teatro al cinema il passaggio non sembrava essere né così breve, né tantomeno facile e naturale: fu necessario il talento caparbio del regista Brian Singer per scegliere Jackman come sostituto di Rusell Crowe, che aveva rinunciato al progetto.

Il film in questione era X–Men, uno dei “primi” cinecomics che, a partire dal 2000, provarono a ridefinire i contorni del cinema mainstream americano (molto prima che la Marvel colonizzasse del tutto il mercato). La scelta di Singer destò scalpore nello zoccolo duro degli appassionati della saga dei “figli dell’atomo”, indignati alla semplice idea di vedere il loro beniamino Wolverine incarnato da un attore come Jackman.

E il problema non era legato alle capacità recitative, quanto all’aspetto fisico dell’uomo: con i suoi 188 cm e la corporatura possente e slanciata, l’australiano non avrebbe mai potuto incarnare il tozzo mutante canadese dallo scheletro di adamantio, artigli estraibili, sensi sviluppati, fattore di guarigione e carattere scontroso. Contro ogni pronostico, la scelta di Singer si rivela invece vincente e consacra definitivamente la carriera di Hugh Jackman, lanciandolo nell’Empireo delle star Hollywoodiane e legando la sua fama a quella di Logan, con i suoi tormenti e il suo spirito ferino.

Logan recensione del film di James Mangold con Hugh Jackman

Con l’uscita nelle sale – che avverrà oggi 1 marzo – dell’ultimo capitolo della saga stand-alone di Wolverine, intitolato Logan e diretto da James Mangold, Jackman torna negli storici panni che lo hanno reso famoso per l’ultima volta, a distanza di ben diciassette anni dal loro primo incontro cinefilo. In questo nuovo capitolo vediamo un Logan proiettato nel futuro alternativo generato dopo gli eventi di X–Men Giorni di un Futuro Passato ormai stanco, disilluso ed invecchiato, con il suo fattore ormai indebolito.

Costretto a badare ad un anziano e malato Professor X, dovrà inoltre difendere una preziosa ragazzina mutante da una potente organizzazione che si macchierebbe di qualunque atto criminale pur di ucciderla, sterminando così per sempre i mutanti. Quest’ultimo capitolo vedrà per l’ultima volta Jackman nei panni che lo hanno reso celebre e che lo hanno portato ad essere eletto come il mutante più presente nel mondo dei cinecomics, tra camei e ruoli da protagonista.

L’attore australiano ha superato indenne la prima trilogia originale degli X–Men – composta dal primo capitolo omonimo, dal sequel e dall’ultimo Conflitto Finale – sfruttando, in tal modo, l’opportunità inedita di far crescere il proprio personaggio grazie all’arco narrativo costruito dagli sceneggiatori; dall’inizio Wolverine conquista la scena catturando l’attenzione e la curiosità degli spettatori, interessati a capire i veri motivi che hanno trasformato James “Logan” Howlett in Wolverine. Il passato frammentario del mutante viene costruito lentamente attraverso ogni narrazione, ogni sequel, ogni prequel e stand-alone che aggiunge un frammento ad un mosaico decostruito, caotico, tormentato come lo spirito di Logan.

Logan: Hugh Jackman e le iniziali difficoltà con il ruolo di Wolverine

Ci sono voluti ben diciassette anni, per gli spettatori, per riuscire a capire le cause collegandole alle conseguenze, per giustificare gli artigli che da osso si trasformano in adamantio, l’odio per il colonnello Stryker, la solitudine e il dramma dell’immortalità garantita dal suo fattore rigenerante.

Logan è il fumetto stesso nel quale nasce – gli X–Men – e non solo perché ne costituisce il rappresentate più famoso, ma perché incarna quella capacità di sopravvivere allo scorrere del tempo e delle mode senza mai essere dimenticato, elemento che Jackman è riuscito a catturare al volo diventando, alla fine, l’unico volto di Wolverine, l’unica incarnazione possibile che lo ha consacrato nella storia del cinema adombrando perfino le proprie innate capacità artistiche e la versatilità nel canto e nel ballo.

Hugh Jackman è Logan perché interpretare un supereroe consacra agli occhi del grande pubblico, rende riconoscibili immediatamente, permette di identificare le due personalità fino a farle confondere tra loro, fino ad abbattere il confine tra reale e fantastico. È giunta da poco la notizia che Jackman è riuscito a sconfiggere, per la sesta volta, un aggressivo tumore della pelle, riconfermando come i confini del suo personaggio siano stati valicati trasformandolo in un’indimenticabile icona.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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