mercoledì, Agosto 10, 2022
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Hayao Miyazaki: gli 80 anni di un maestro del cinema

Lo scorso 5 gennaio, il maestro del cinema d'animazione giapponese e fondatore dello Studio Ghibli Hayao Miyazaki ha compiuto 80 anni.

Conoscere l’opera di Hayao Miyazaki ancor prima di sapere chi è Hayao Miyazaki. È un po’ quanto accaduto a una generazione di spettatori italiani che, tra anni ’80 e ’90, hanno passato i loro pomeriggi davanti al televisore a guardare serie animate quali Le avventure di Lupin IIIHeidiIl fiuto di Sherlock Holmes. Animatore, scenografo (animato, naturalmente), e poi, a partire dagli anni ’70 regista. Una carriera intensa, contraddistinta da capolavori che, di fatto, hanno permesso all’animazione giapponese di affermarsi a livello globale, e, cosa non da poco, di influenzare anche la produzione occidentale: si pensi, ad esempio, ad Up! della Pixar (quella casa fluttuante nel cielo, sovrastata da una miriade di palloncini colorati).

80 anni compiuti qualche giorno fa, molti dei quali passati a realizzare opere immortali che fanno ormai parte dell’immaginario collettivo. Poco più di 7 anni fa, dopo il suo splendido commiato, Si alza il vento, l’addio al cinema. Poi la crisi dello studio Ghibli, che nonostante i notevoli allievi del maestro, sembrava aver perso il faro capace di illuminare la propria navigazione nel mare tempestoso di un’industria audiovisiva dove la CGI aveva ormai “condannato” a tal punto l’animazione tradizionale da attecchire persino laddove non sembrava possibile, come testimonia Earwig e la strega (2020) di Goro Miyazaki (figlio di Hayao, qui in veste di sceneggiatore), primo lungometraggio dello studio ad essere stato realizzato interamente in digitale, e da noi ancora inedito.

Poi, un paio di anni fa, l’annuncio del ritorno. Inizialmente annunciato per il 2019 ed ora, invece, posticipato più realisticamente a dopo il 2021 (causa anche Pandemia). How do you live?, questo il titolo di quello che dovrebbe essere il prossimo film di Miyazaki, rappresenterà quasi sicuramente l’ultimo tassello della filmografia del suo autore, e probabilmente sarà un’ulteriore summa della sua poetica.

Lupin III Il Castello di Cagliostro

L’apprendistato televisivo

La carriera di Miyazaki inizia alla metà degli anni ’60, quando diventa disegnatore per una importante società di produzione dell’epoca: la Toei. La svolta, però, avviene nel 1971, quando – dopo essere passato alla A Production – entra a far parte del gruppo di lavoro di una nuova serie, vagamente ispirata al personaggio creato dallo scrittore francese Maurice Leblanc all’inizio del secolo: Arsenio Lupin, il “ladro gentiluomo”. Le avventure di Lupin III (1971-1972) permettono all’animatore di cimentarsi per la prima volta anche con la regia, aprendo la strada al suo esordio nel lungometraggio alla fine degli anni ’70.

Il successo della serie è clamoroso. E nel frattempo Miyazaki si concentra su altri progetti televisivi. È animatore della serie Conan il ragazzo del futuro (1978), e cura le scenografie di tre cartoon che hanno fatto epoca: Heidi (1974), liberamente ispirato all’omonimo romanzo della scrittrice svizzera Johanna Spyri; Marco (1976), che prende spunto dall’episodio intitolato Dagli Appennini alle Ande contenuto nel libro Cuore di Edmondo De Amicis; ed infine, Anna dai capelli rossi (1979).

I primi lungometraggi

È proprio il 1979 a segnare una svolta nella carriera dell’autore giapponese. A seguito del notevole successo della serie dedicata a Lupin III, viene incaricato di realizzarne un lungometraggio destinato alle sale cinematografiche. Nasce così, Lupin III – Il castello di Cagliostro (1979). Un’opera certamente derivativa e non particolarmente innovativa, ma all’interno della quale già si apprezzano alcuni elementi distintivi dell’estetica dell’autore: il tratto morbido, l’uso di una tavolozza cromatica costituita sopratutto da colori brillanti, la cura degli sfondi (in questo caso delle Alpi che tanto somigliano a quelle presenti in Heidi, per non parlare di alcuni personaggi di contorno).

Nausicaä della Valle del vento (1983), invece, può forse essere considerato il primo vero film di Miyazaki in cui la sua poetica appare libera di approfondire temi a lui cari. Un film per certi versi complesso, più cupo rispetto al precedente e – sotto un certo punto di vista – a molti di quelli che verranno. I colori sono desaturati, le atmosfere si fanno decadenti. Ad emergere è il tema ecologista, in un’epoca, per altro, in cui tali tematiche erano considerate fino ad un certo punto. A seguito di una guerra termonucleare – fantasmi di Hiroshima e Nagasaki? -, la Terra è ricoperta da un fitta foresta (tossica), popolata da insetti mostruosi. I pochi esseri umani rimasti hanno formato regni in contrasto tra loro. Alla fine la catarsi sarà possibile, ma solo grazie al sacrificio della prima grande eroina tratteggiata dall’autore.

Nausicaa della Valle del vento

La nascita dello Studio Ghibli

Praticamente subito dopo l’uscita del suo secondo lungometraggio, Miyazaki fonda lo Studio Ghibli insieme all’amico Isao Takahata. Autore di uno dei film più adulti dello studio, Una tomba per le lucciole (1988), Takahata aveva iniziato la sua carriera negli anni ’60 proprio al fianco di Miyazaki, alla Toei. Chiamato così in onore del vento caldo che dal Sahara si spinge verso le coste a nord del continente africano, lo Studio Ghibli è stato per decenni il cuore nevralgico del cinema d’animazione giapponese.

Avere una società di produzione propria ha significato per Miyazaki essere totalmente libero da un punto di vista creativo. Il primo film ufficialmente prodotto dallo studio è Laputa – Castello nel cielo (1986). Ambientato in un mondo futuribile popolato da esseri umani e robot (un po’ sulla falsariga di quanto visto lo scorso anno nella serie Tales from the Loop), il film appare la continuazione ideale del precedente, e può essere osservato sia in quanto “aggregatore” delle passioni letterarie del proprio autore (il titolo fa riferimento alla celebre isola fluttuante de I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift), sia come ispiratore per alcune successive opere: a cominciare dalla serie Il mistero della pietra azzurra (recentemente resa disponibile su Amazon Prime Video).

Il primo grande capolavoro

All’epoca della sua fondazione, lo stesso Miyazaki era poco convinto della riuscita dello Studio Ghibli. Fare un film d’animazione significava spendere molti soldi e la sopravvivenza dello studio dipendeva naturalmente dal favore del pubblico e dagli incassi. Laputa – Castello nel cielo era stato molto apprezzato in patria, dove era stato insignito di un premio speciale. Ma il primo vero successo dello studio arriverà qualche anno dopo: Kiki – Consegne a domicilio (1989). La storia della piccola streghetta e delle sue disavventure in una cittadina sul mare ispirata a quelle site tra Istria e Costa Dalmata, in Croazia, conquista il pubblico soprattutto per la sua semplicità.

Il primo grande capolavoro dello Studio Ghibli e di Miyazaki era stato realizzato, però, l’anno precedente. Il mio vicino Totoro (1988) è un saggio sulla poesia insita nell’arte del regista. Un film semplice, contemplativo, in cui l’autore trova rifugio nei miti e nelle credenze forse ancora radicate nella provincia giapponese, lontana anni luce dal modernismo che sta fagocitando ormai da anni i centri urbani del paese. La storia di due bambine costrette a trasferirsi, insieme al padre, in campagna per assistere la madre gravemente malata. La loro quotidianità è spezzata gioiosamente da strani spiriti che abitano il bosco adiacente alla loro abitazione. Magico e struggente, con il passare del tempo il film ha raggiunto una fama tale da essere scelto, nel 1991, per caratterizzare il logo dello studio, dove compaiono un “Totoro grande” e uno piccolo.

il mio vicino totoro

Meglio essere un porco che un fascista

Il cinema di Miyazaki è stato raramente “politico” in senso stretto. Certo, come visto le sue opere hanno trattato temi molto attuali, a cominciare da quello ecologista. Però, la loro ambientazione in mondi “altri”, o lontani, ha di fatto slegato le storie raccontate dalla realtà storica. Porco rosso (1992) da questo punto di vista rappresenta un po’ un unicum all’interno della filmografia del suo autore, a cui si è affiancato solo in tempi più recenti Si alza il vento (che comunque è un film ben diverso). Ambientato in un’Italia a metà strada tra realismo e fantastico, il film racconta la storia dell’aviatore Marco Pagot – il cui nome è un omaggio ai fumettisti e animatori Nino e Toni Pagot -, che ha assunto le fattezze di un maiale dopo essere quasi morto in un combattimento aereo avvenuto durante Prima Guerra Mondiale (per la cronaca: la Regia Areonautica fu istituita solo nel 1923, quindi dopo il conflitto).

Benché il contesto storico è, da un punto di vista visivo, non propriamente identificabile, tutto fa presupporre che i fatti si svolgano nel Bel Paese durante gli anni del regime fascista: tra Milano e l’Istria. La battuta, rivolta a un gerarca, «Piuttosto che essere un fascista, meglio essere un maiale!», è entrata nell’immaginario collettivo. E il film è una struggente e malinconica elegia in cui si fondono elementi tipici del cinema del regista: il tema del volo, l’onirico, l’amore impossibile. Una delle vette di Miyazaki.

Nel cuore della tradizione giapponese

Il cinema di Miyazaki è sempre stato contraddistinto da un dialogo serrato tra la tradizione del Paese del Sol Levante e quella occidentale (soprattutto europea). Vi sono però due film, tra quelli realizzati dall’autore, che attingono a piene mani esclusivamente dalla cultura (popolare) nipponica: Principessa Mononoke (1997) e La città incantata (2001).

Ambientato in un fantasioso medioevo, Principessa Mononoke è uno dei film più “materici” di Miyazaki. Il tratto del disegno si fa più duro, la violenza non è più (eventualmente) sottintesa, ma diviene un aspetto centrale del racconto. Il virtuosismo dei disegnatori è posto al servizio di una storia “mitica” nel vero senso del termine. Un’eroina coraggiosa che combatte affiancata da un branco di enormi lupi, spiriti selvaggi ed entità oscure e spettrali che si aggirano per un mondo in rovina. Le leggende popolari incontrano il cinema d’animazione d’autore: il risultato è un’opera che, per certi versi, non assomiglia a nessuna di quelle realizzate da Miyazaki.

Anche La città incantata imbastisce un dialogo serrato con la tradizione. Lo fa, però, raccontando una storia più intima (la cui cornice narrativa è ambientata, oltretutto, nella contemporaneità). È il primo grande successo internazionale del regista e dello studio, vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino prima e dell’Oscar come Miglior Film d’Animazione poi. Catapultata in un mondo parallelo a quello reale, la giovane Chihiro lotta contro il tempo per cercare di salvare i genitori trasformati in maiali (non antropomorfi). Il passaggio dall’infanzia alla pubertà è affrontato da Miyazaki con il candore casto tipico del suo cinema, senza per questo rinunciare alla profondità di temi inusuali per l’animazione tradizionale: la solitudine, la perdita, la morte. Un capolavoro.

la città incantata

Castelli erranti e fantastiche scogliere

Due film molto diversi tra loro. Il primo, decisamente più in linea con l’estetica dell’autore, il secondo invece felicemente infantile, almeno all’apparenza. Il castello errante di Howl (2004) sembra riprendere spunti abbandonati nei film precedenti dell’autore. Tratto dal romanzo della scrittrice britannica Diana Wynne Jones, tornano suggestioni da Laputa – Castello nel cielo e dal più recente La città incantata. Ambientata in una location mittelleuropea tra ‘800 e ‘900, l’opera appartiene per certi versi al filone steampunk, descrivendo un mondo anacronistico a metà strada tra Belle Époque e futuro, dove a dominare sono erranti (per l’appunto) castelli che si fanno la guerra l’uno con l’altro. Ancora una volta, sarà una protagonista femminile a provare a riscrivere una nuova storia.

Ponyo sulla scogliera (2008), invece, è un piccolo film, ma capace di colpire al cuore. Lo sa bene anche la Pixar, dato che il suo prossimo film, l’annunciato Luca di Enrico Casarosa, sembra essere stato influenzato esteticamente dal lungometraggio di Miyazaki. L’incontro tra la pesciolina Ponyo (che poi si tramuta in un’eccentrica bambina) e il piccolo Sōsuke non solo dà il là a una grande avventura (tra terraferma e profondità marine), ma anche a una storia d’amore e di amicizia. L’estro di Miyazaki trasforma le onde del mare in soggetti animati e la scena dello tsunami che travolge – pacificamente – la piccola cittadina in riva al mare permette all’autore di creare una delle pagine visivamente più suggestive del suo cinema. Con tanto di misteriosi pesci che sembrano prevenire direttamente dalla preistoria.

Si alza il vento, un’opera testamentaria

Forse, proprio l’uscita di Ponyo sulla scogliera ha contribuito al clima di diffidenza che ha inizialmente accolto l’ultimo grande capolavoro di Miyazaki: Si alza il vento (2013), poi debitamente acclamato da critica e pubblico in tutto il mondo. Un film adulto, forse il più adulto di tutta la carriera del regista. Dando minor spazio questa volta alla commistione tra realismo e fantastico (comunque presente), l’autore per la prima volta racconta una storia dalle coordinate temporali e geografiche ben precise: siamo in Giappone, negli anni antecedenti la Seconda Guerra Mondiale. Non lo fa come Una tomba per le lucciole, narrando la storie di due ragazzini vittime della barbarie umana (e della bomba H), ma scegliendo come protagonista Jirō Horikoshi, l’inventore degli aerei da caccia utilizzati dall’esercito dell’imperatore Hirohito durante la Guerra del Pacifico (1941-1945).

Per certi versi realistico, come anticipato fanno comunque capolino quegli elementi onirici e fantastici tipici del cinema di Miyazaki. Sono utilizzati nel momento in cui deve essere rappresentato un terremoto, o per descrivere il sogno di Horikoshi di realizzare un areo perfetto indipendentemente (e quasi inconsapevolmente) da quello che sarà il suo utilizzo. Si alza il vento è solo all’apparenza lontano dalla poetica del proprio autore. La storia di Jirō si tramuta, grazie a Miyazaki, in una riflessione tragica sul destino umano, e su come la realtà sia incapace – a volte – di dare forma ai sogni più puri e innocenti dell’uomo. Avrebbe dovuto essere l’ultimo film del regista. E forse anche per questo appare una sorta di testamento artistico.

Si alza il vento

Ritorno tra sceneggiatura e regia

Come già anticipato, Si alza il vento con ogni probabilità non sarà l’ultimo film di Miyazaki (o almeno è quello che speriamo). Nonostante l’iniziale fermezza, con il tempo il regista si è convinto a riprendere in mano la matita per ideare un nuovo cartoon. Dopo aver continuato a collaborare in qualità di sceneggiatore e supervisore ad altri progetti dello studio (si veda, ad esempio, l’inedito film del figlio Gorō), Miyazaki ha scelto di tornare a dirigere in prima persona. Anzi, è già tornato, e attualmente sembra stia ultimando quello che a questo punto sarà con ogni probabilità il suo ultimo film: How do you live?, trasposizione dell’omonimo romanzo del 1937 di Genzaburō Yoshino. Libro che Miyazaki ha sempre ammesso di amare molto.

Sperando che il nostro non ci faccia attendere troppo, e non scelga magari nel frattempo di passare il testimone – come già anticipato preventivamente dallo studio in un comunicato – a un collega più giovane per l’ultimazione. Sarebbe l’ultimo grande regalo di un autore straordinario che ha scritto una pagina importante della storia del cinema. Gettando anche le basi – data la miriade di allievi, alcuni dei quali molto talentuosi – per il futuro dell’animazione giapponese.

Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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