venerdì, Aprile 16, 2021
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Golden Globes 2021: l’anticamera degli Oscar è stata piena di sorprese

Nomadland di Chloé Zaho ha trionfato ai Golden Globes 2021, ma la vera notizia è la disfatta di Mank di David Fincher. E agli Oscar che accadrà?

La credenza secondo cui i Golden Globes altro non siano che una anticipazione dei premi Oscar è ancora radicata nella cultura dello showbiz. Sarà perché la cerimonia si svolge circa uno o due mesi prima di quella dell’Academy, sarà perché comunque la premiazione aiuta a farsi un’idea su quali sono i titoli che hanno attratto più l’interesse degli addetti ai lavori – nel primo caso i giornalisti, nel secondo caso i famigerati giurati dell’Academy – la connessione tra le due manifestazioni è sempre stata sottolineata dalla stampa.

È forse propio l’immagine di “bussola” quella che più si addice ai Golden Globes, giunti ieri sera alla 78a edizione. La prima dopo lo scoppio della Pandemia, realizzata a distanza, con i candidati collegati direttamente dalle loro abitazioni. Rinnovando così un format che negli ultimi anni – salvo divertenti i sproloqui di Ricky Gervais – aveva un po’ mostrato la corda. Tina Fey e Amy Poehler sono state le conduttrici della serata che per l’occasione è stata contraddistinta da due location: la Fey era in diretta dalla Rainbow Room del Rockfeller Center a New York, mentre la Poehler si trovava nella storica location del premio, il Beverly Hilton Hotel di Los Angeles.

Ad alternarsi sui due palchi – quello newyorkese e quello losangelino – numerosi ospiti che hanno decretato i vincitori, mentre gli aggiudicatari del premio (così come tutti gli altri candidati) hanno assistito dalle proprie case in diretta Zoom. A colpire maggiormente della serata, però, è stata soprattutto la premiazione. Tante sono state le sorprese, più o meno annunciate nei giorni scorsi. La volontà dei giurati sembra essere stata quella di non scontentare nessuno e saper premiare sia mega produzioni che film indipendenti (quantomeno nello spirito).

Chloé, 35 anni dopo Barbra

Sembrava che la serata dei Golden Globes fosse appannaggio di due soli film: Mank di David FincherIl processo ai Chigaco 7 di Aaron Sorkin, 5 candidature a testa. E invece entrambi escono con le ossa rotte: più Fincher che non Sorkin, al quale almeno è andato il premio per la Miglior Sceneggiatura. Al buon David non è rimasto altro da fare se non scolarsi uno shottino dietro l’altro (una delle immagini più esilaranti della serata). Il suo film dedicato al dietro le quinte di Quarto Potere, forse il suo migliore, si potrà eventualmente rifare tra qualche giorno con la premiazione dei Critics Choise Awards (i premi assegnati dalla critica americana), tentando magari la corsa all’Oscar.

Con buona pace di Netflix, che ha distribuito sia il film di Fincher che quello di Sorkin, a stravincere ieri sera è stato il “piccolo” Nomadland di Chloé Zhao, vincitore del premio come Miglior Film Drammatico e aggiudicatosi anche quello per la Miglior Regia: è la seconda volta che il premio viene assegnato a una donna. La prima 35 anni fa era stata Barbra Streisand per Yentl.

Chi se lo sarebbe mai aspettato?

Ad aver stupito sono stati soprattutto i premi relativi agli attori, specie per quanto riguarda le interpreti cinematografiche. Se fino a qualche giorno fa Carey Mulligan era data come favorita come Miglior attrice protagonista per Promising Young Woman, seguita a ruota dalla Frances McDormand di Nomadland, la vittoria di Andra Day (The United States vs. Billie Holiday) è stata certamente una sorpresa. Così come quella di Rosamund Pike per I Care a Lot (disponibile in Italia su Prime Video) – Miglior attrice in un film commedia o musicale -, che sa di vera e propria affermazione.

Stupisce inoltre il premio dato a Jodie Foster per l’inedito The Mauritanian – Miglior attrice non protagonista -, arrivato a distanza di 30 anni (quasi precisi) dall’uscita del film che ne rilanciò la carriera: Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme. Che dire, invece, del premio (come Miglior attore non protagonista) per Daniel Kaluuya (Judas and the Black Messiah), capace di scalzare attori del calibro di Bill Murray (On the Rocks) e Jared Leto (The Little Things)?

Wakanda Forever

Nessuna sorpresa, invece, per quanto ha riguardato il Miglior attore in un film drammatico, assegnato al compianto Chadwick Boseman per Ma Rainey’s Black Bottom (per chi non l’avesse visto, assolutamente da recuperare su Netflix). Non si tratta del primo Golden Globes postumo, ma ha certamente un sapore particolare e va a celebrare giustamente una carriera importante culminata anche con la partecipazione al Marvel Cinematic Universe grazie al ruolo di T’Challa in Black Panther (e negli ultimi due capitoli dedicati agli Avengers).

Sasha vs Rudy

Non ha trionfato in veste di attore non protagonista per Il processo ai Chicago 7, ma la serata dei Golden Globes è stata comunque all’insegna di Sasha Baron Coen: Miglior attore in un film commedia o musicale per Borat – Seguito di film cinema, che si è aggiudicato anche il premio come Miglior film commedia e musicale. Ma a fare notizia, al di là dei premi, è stata anche la particolare dedica che l’attore britannico ha rivolto non a familiari o fidanzata (Isla Fischer) bensì all’ex sindaco di New York Rudy Giuliani.

«Devo dire che questo film non sarebbe stato possibile senza il mio co-protagonista, un nuovo talento che è venuto dal nulla e si è rivelato un genio della commedia. Sto parlando, ovviamente, di Rudy Giuliani. Il nostro film è stato solo l’inizio per lui, Rudy ha continuato a recitare in una serie di film commedia. Hit come Four Seasons Landscaping, Hair Dye Another Day e il dramma in tribunale A Very Public Fart». Una dedica che ha ironicamente scherzato su alcune delle ultime gaffe di Giuliani e sul suo controverso coinvolgimento proprio nel sequel di Borat.

Netflix mai a mani vuote

A parte il premio a Chadwick Boseman e quello per la sceneggiatura a Sorkin, la serata “cinematografica” di Netflix non è stata delle più esaltanti. Ma il canale streaming si è abbondantemente rifatto lato serialità grazie a The Crown e a La regina degli scacchi. Due opere di grande successo che hanno messo d’accordo i giurati. La quarta stagione della serie sulla corona inglese scritta da Peter Morgan si è aggiudicata il premio come Miglior serie drammatica (un premio che celebra non solo la stagione in sé quanto il progetto). Ma ha visto trionfare anche l’attrice Emma Corrin (Diana Spencer), l’attore Josh O’Connor (il Principe Carlo) – quest’ultimo capace di avere la meglio su due giganti quali Bob Odenkirk (Better Call Saul) e Al Pacino (Hunters) -, nonché per la rediviva Gillian Anderson (Margaret Thatcher), la Scully di X-Files.

Un trionfo anche per Anya Taylor-Joy e la sua Beth Harmon. L’attrice è entrata definitivamente nel cuore degli spettatori dopo un inizio di carriera notevole – tra i suoi primi film anche The Witch di Robert Eggers -, affermandosi come una delle attrici più talentuose della sua generazione. E la serie ideata da Scott Frank è diventata un caso mediatico che ha incollato al piccolo schermo milioni di spettatori in tutto il mondo. Che piaccia o no, l’efficacia della serie non può essere messa in discussione. Così come la giustezza del premio assegnatele.

Orgoglio italiano

Nella serata dei Golden Globes c’è stato spazio anche per un po’ di Italia. Tra i film candidati come Miglior film straniero – assegnato all’inedito Minari – figurava anche La vita davanti a sé di Edoardo Ponti, con protagonista Sophia Loren. Se il film in sé non è riuscito a portarsi a casa la statuetta più ambita, è comunque riuscito ad aggiudicarsi il premio “collaterale” per la Miglior canzone, Io sì, interpretata da Laura Pausini. Un po’ di orgoglio italiano che dai Golden Globes arriverà sino al palco di Sanremo, dove la cantante sarà ospite il prossimo mercoledì.

Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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