Fantasia di Walt Disney compie 80 anni

scritto da: Diego Battistini


Quando nel 1940 Walt Disney presentò Fantasia, tutti probabilmente lo presero per matto. Non era, però, la prima volta. Già un paio d’anni prima, quando il cartoonist si era messo in testa di realizzare il primo lungometraggio animato della storia del cinema, a Hollywood furono in molti a ridere sotti i baffi. A quel tempo, infatti, l’animazione era considerata un divertissement efficace solo nel formato del cortometraggio. Di fronte alla perplessità degli addetti ai lavori, Walt Disney però non indietreggiò di un passo. D’altronde, fin dagli esordi aveva dimostrato di essere disposto a prendersi i rischi necessari per raggiungere i propri obiettivi, nonché di saper affrontare le eventuali difficoltà con determinazione e inventiva. Si pensi, ad esempio, alla “scippo” attuato dalla Universal della sua primigenia creazione, Oswald il coniglio fortunato, a cui Disney rispose dando vita a quello che poi sarebbe diventato il personaggio più iconico degli studios di Burbank: Topolino.

1940: l’anno della svolta

Così, dopo il successo delle Silly Simphonies, Disney decise che i tempi erano ormai maturi per la realizzazione di un lungometraggio. La scelta del soggetto ricadde sulla fiaba di Biancaneve (1937), e il film che ne derivò fu un successo clamoroso, sancito dall’industria hollywoodiana (come detto dubbiosa circa il risultato finale dell’operazione) con uno speciale premio Oscar, accompagnato da 7 minuscole statuette: un chiaro omaggio ai nani coprotagonisti del cartoon. Il risultato ottenuto con il film in questione, però, non appagò totalmente le ambizioni di Walt Disney. Da questo punto di vista il 1940 fu un anno cruciale: venne realizzato Pinocchio, che rappresentò un salto di qualità dell’animazione cinematografica, e al contempo vide la luce quella che è probabilmente l’opera più coraggiosa della Disney, Fantasia.

Due film chiaramente molto diversi tra loro, accomunati però da un comune denominatore: entrambi, seppur straordinari a livello artistico, risultarono fallimentari a livello economico. Il film vagamente ispirato all’omonimo romanzo di Carlo Collodi, sebbene avesse riscosso un buon successo di pubblico, fu penalizzato dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, che di fatto precluse ne precluse l’esportazione sul mercato europeo; senza dimenticare l’ingente somma utilizzata per la sua realizzazione (in totale furono spesi 2.6 milioni di dollari: un’enormità per l’epoca). Per quanto riguarda Fantasia, invece, potremmo forse parlare di un fallimento annunciato, ma anche di uno shock (come l’ha definito Mariuccia Ciotta) senza precedenti nella storia del cinema.

Fantasia

Un’opera di rottura

Troppo coraggiosa ed ambiziosa fu l’idea di Walt Disney di innalzare il film d’animazione al di sopra del livello di divertissement. In molti all’epoca rigettarono il progetto a priori, ritenendo inopportuno far dialogare un’arte “alta” come la musica classica con il rozzo intrattenimento cinematografico. Lo stesso compositore Igor Stravinskij definì ridicola la scelta della Disney di associare il suo componimento La Sagra della primavera alla nascita dell’Universo e all’avvento dei dinosauri sulla Terra. Nonostante le critiche, come sempre Walt Disney andò avanti per la propria strada. Sfidò i finanziatori che non volevano scommettere un centesimo sul film e perseguì la sua idea senza scendere a compromessi. Il risultato fu un film diverso rispetto a tutti gli altri mai apparsi sul grande schermo.

Ancora oggi, guardare Fantasia significa vivere un’esperienza affascinante e, al contempo, ostica da un punto di vista spettatoriale. Un film di rottura che, all’epoca, fece intravedere un’altra strada possibile per l’animazione cinematografica. Una strada, in verità, che non verrà mai percorsa davvero, ma che lo stesso Disney continuò a caldeggiare, come dimostra la collaborazione con il pittore surrealista Salvador Dalì per la realizzazione di un’opera ispirata alla sua arte, che avrebbe dato poi vita nel 2003 al cortometraggio Destino.

Le origini di un capolavoro

Non bisogna comunque considerare Fantasia un’opera nata dalla semplice infatuazione nei confronti di un progetto altamente sperimentale. La storia di Walt Disney e della stessa Disney dopo di lui è sempre stata contraddistinta da progetti che, ai tempi, furono considerati irrealizzabili. Abbiamo citato, ad esempio, Biancaneve, ma si potrebbe fare riferimento anche alla progressiva scelta di Disney in prima persona di prolungare il suo universo artistico (cinematografico, ma anche fumettistico) nella realtà, manipolandola attraverso la creazione di quei “non luoghi” per eccellenza – per dirla alla Marc Augé – che sono i vari Disneyland sparsi per il mondo.

Fantasia

A Walt Disney non piaceva vincere facile. La sua carriera è lì a dimostrarlo. Fece scelte coraggiose, spesso fallì e dovette ricorrere ad escamotage per far andare avanti la baracca: affidandosi al fratello “gestore” Roy Disney, oppure confidando negli aiuti di un Governo degli Stati Uniti che – specie in prossimità della Seconda Guerra Mondiale – scelse di arruolare la Disney tra le proprie fila (così, se nei fumetti Topolino combatte contro Hitler, nei cortometraggi animati è Paperino a fare i conti con il dittatore tedesco).

Tornado a Fantasia, leggenda vuole che il film nacque casualmente: un incontro fortuito tra Walt Disney e il direttore d’orchestra Leopold Stokovski in un ristorante. Una serie di convenevoli tra i due, il confronto sulla possibilità di utilizzare la musica classica non solo come colonna sonora di un film, ma come “cuore pulsante”, motore della drammaturgia stessa. Un progetto, quindi, nato accidentalmente ma che si cristallizzò velocemente in un’opera dalla portata innovativa straordinaria.

Per rendere possibile il sogno condiviso con Stokovski, Disney optò per un lungometraggio dalla narrazione frammentaria, contraddistinto da una serie di episodi inseriti in una cornice live action in cui si metteva letteralmente in scena un vero e proprio concerto, con la presenza dell’orchestra e del suo direttore, in una atmosfera rarefatta in cui le figure umane vengono trasfigurate in silhouette o in ombre proiettate su uno sfondo colorato dal sapore cartoonesco. A dirigere il tutto un “imbonitore” atto ad introdurre al pubblico i singoli componimenti e a presentare i vari segmenti narrativi a loro ispirati.

Ogni episodio del film, infatti, si basa su un celebre componimento classico: Toccata a fuga in re minore di Johann-Sebastian Bach ispira la colorata intro astratta, Lo schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čajkovskij diviene una danza floreale e faunistica, L’apprendista stregone di Paul Dukas fa da sfondo ai maldestri esperimenti magici di Topolino, La sagra della primavera di Stravinskij accompagna la nascita della vita sul pianeta Terra, la Sinfonia n. 6 “Pastorale” di Ludwig Van Beethoven suggerisce una narrazione ambientata nel tempo mitico della Grecia classica, la Danza delle ore di Amilcare Ponchielli è messa in scena da un corpo di ballo formato da animali antropomorfi, mentre Una notte sul Monte Calvo di Modest Petrovič Musorgskij e Ave Maria di Franz Schubert vengono fuse insieme per raccontare l’eterna lotta tra oscurità e luce, tra bene e male. Tutto questo inframmezzato da un Intervallo in cui gli spettatori “incontrano” una delle componenti più importanti di un film: la colonna sonora (di fatto, la vera protagonista dell’opera).

Fantasia, la poetica Disney…

Nel concepire Fantasia, sapientemente Disney alterna segmenti più radicati nella poetica disneyana ad altri che invece se ne discostano radicalmente. Lo sketch de L’apprendista stregone, ad esempio, non solo riprende elementi tipici della slapstick comedy ma utilizza anche il personaggio Disney per eccellenza: Topolino. E lo stesso si può dire del frammento de La danza delle ore, dove le gag scaturiscono quasi naturalmente seguendo pedissequamente le note di Ponchielli. Una su tutte: la divertente danza che vede protagonisti una ballerina-ippotamo e un ballerino-coccodrillo.

Fantasia

Ma pienamente inserito nell’universo Disney è anche il segmento animato che dialoga con la musica di Beethoven, dove protagonisti sono alcune divinità della tradizione ellenistica (Bacco, Zeus, Diana, ecc.) e altri personaggi appartenenti alla mitologia greca (il cavallo Pegaso – per l’occasione affiancato da compagna e prole -, satiri, ninfe, ecc.). Certo, rispetto agli esempi precedenti, qui non mancano anche elementi di “distacco” rispetto all’estetica disneyana: a livello prettamente visivo potremmo citare gli intriganti sfondi color pastello, tanto suggestivi quanto irrealistici e vagamente ispirati all’arte preraffaellita, ma soprattutto una discreta dose di licenziosità nel mostrare le nudità (pudiche, per l’amor di dio!) delle centauresse (occhio alla caratterizzazione dei seni: nudi ma senza il particolare  – pruriginoso? – dei capezzoli in bella vista).

Una tensione tra tradizione e innovazione ravvisabile anche ne Lo schiaccianoci. Benché le atmosfere in questo caso siano più astratte, si apprezza soprattutto la grande capacità inventiva dei creativi Disney di trasmutare oggetti inanimati come fiori e piante in un corpo di ballo multiforme e colorato, sullo sfondo di un universo boschivo che diviene un caleidoscopio di forme e colori.

… e il suo lato oscuro

Laddove Fantasia sconvolse il pubblico dell’epoca fu nelle parti più seriose. Non è un caso che uno dei primi studiosi di Walt Disney, il cineasta e teorico russo Sergej M. Ejzenštejn, parli di Fantasia come di un film «ambiguo: buono quando rappresenta, nel realm Disney, un equivalente grottesco della musica o animated caricatures; scadente quando è serio e drammatico». Il pensiero dell’autore (tra gli altri) de La corazzata Potëmkin testimonia lo sconcerto riguardo ad alcune soluzioni estetiche adottate dal film; e ci aiuta a comprendere che shock rappresentò per l’epoca questo cambio di rotta (seppur temporaneo) attuato da Disney attraverso il film.

Di fatto, ancora oggi alcuni segmenti narrativi di Fantasia ci appaiono spiazzanti. Eppure, paradossalmente sono proprio questi ultimi, nella contemporaneità, ad affascinarci di più; perché ci restituiscono l’immagine di un cinema d’animazione alternativo che non si è mai cristallizzata (pur avendo, il genere, preso negli anni strade molto diversificate, molte delle quali persino “adulte” a livello stilistico e tematico). Il riferimento, in questo caso, è a La sagra della primavera e al dittico conclusivo. Si tratta di due segmenti che non si limitano a sperimentare da un punto di vista formale – tutti gli episodi, più o meno, lo fanno – ma che scelgono di calarsi in un contesto drammaturgico in cui ad emergere non sono più gli elementi tipici della commedia (anzi, banditi) ma quelli della tragedia.

Fantasia

La messa in scena “ancestrale” de La sagra della primavera è un esempio calzante di questo atteggiamento. La primigenia storia della Terra e dei suoi suoi primi abitanti è raccontata attraverso un disegno scabro, brutalmente realistico, dove le tonalità scure (a dominare sono il marrone e il nero) affliggono la visione con un disperato fatalismo. Non vi è poesia nel racconto, solo la descrizione della violenza insita nella natura primordiale. L’interesse quasi scientifico nel restituire agli spettatori un affascinante – seppur disturbante – mondo giurassico prima dell’avvento dell’uomo, viene meno nel momento in cui il volteggiare di uno pterodattilo è spezzato bruscamente dal morso mortale di un mostro marino che emerge dalle acque paludose per cibarsi del malcapitato volatile (che Jurassic World abbia preso spunto da questa scena per quella apparentemente analoga con protagonista il mosasauro?). Lo spettatore è quindi avvertito: ciò a cui sta assistendo è un qualcosa di diverso rispetto a quello che ha visto fino a quel momento (persino nello stesso film). E l’entrata in scena del terribile T-Rex (o uno dei suoi lontani parenti) non fa altro che confermare questa tendenza.

Le stesse stesse atmosfere cupe sono ravvisabili anche nell’ultima parte di Fantasia, sorta di visionaria fusione drammatico-musicale dei brani Una notte sul Monte CalvoAve Maria. Qui, se vogliamo, Walt Disney si spinge ancora oltre rispetto ai segmenti precedenti. Va bene mostrare i dinosauri e la loro estinzione, ma chiamare in causa addirittura il diavolo è forse un vero e proprio azzardo. Una caratterizzazione, quella del demonio, che oltretutto non è neanche quella comicamente accettabile dello spiritello perfido ma, tutto sommato, innocuo, bensì quella orrorifica di un oscuro signore degli inferi che fa accapponare la pelle. Il demone in questione si erge sul cucuzzolo di un’aspra montagna e da lì chiama a raccolta non solo i suoi adepti demoniaci (spiriti infernali, arpie, ecc.), ma anche i morti che dai cimiteri sono sospinti verso la sommità del monte. Una sequenza maestosa (e mostruosa) dove il signore degli inferi pare felicemente debitore della caratterizzazione di Mefistofile nel Faust di Friedrich W. Murnau (film espressionista del 1926), mentre le anime dei defunti paiono uscire dall’affresco palermitano dedicato al Trionfo della morte.

Una visione “indecente”, quella del sabba demoniaco, che avvolge lo spettatore e che sembra farlo sprofondare nelle tenebre. Salvo poi giungere, da fondo valle, i rintocchi lontani delle campane. Il sole sorge, i suoi raggi fendono l’oscurità e le forze del male sono rispedite nei loro bui anfratti. La danza peccaminosa di satana (a un certo punto egli crea dal fuoco lascive danzatrici) lascia il posto a una processione di fedeli che dal villaggio si dipana lungo un sentiero boschivo tratteggiato con una semplicità pittorica disarmante che riconcilia lo spettatore con una visione più religiosa ed edulcorata della realtà, e al contempo (forse) anche con l’intera opera. Tutto questo mentre si erge – pacato – il canto che contraddistingue il componimento di Schubert.

Fantasia

Dal fallimento alla riscoperta

Come dicevamo all’inizio di questo articolo, all’epoca della sua uscita Fantasia non fu compreso. Ancora oggi confrontarsi con quest’opera così complessa e innovativa non è semplice. E ciò la dice lunga sulla visionarietà di Wal Disney: un “creatore di mondi” anni luce avanti rispetto alla propria epoca, e capace ancora oggi di stupirci. I motivi del flop a cui andò incontro il film, però, non sono riconducibili esclusivamente a un livello squisitamente filmico, ma riguardano anche il contesto distributivo dell’epoca. Per Disney Fantasia rappresentava una personale rilettura del concetto di “opera d’arte totale” teorizzato dal compositore Richard Wagner. Per ottenere l’effetto sperato nei confronti del pubblico, Disney non si limitò a concepire il film, ma comprese la necessità di servirsi delle più avanzate tecnologie audiovisive per far rendere al meglio lo spettacolo che aveva concepito insieme ai suoi artisti.

Quando Fantasia fu presentato la prima volta al Teatro di Broadway di New York, Walt Disney curò personalmente la prèmiere. Fece installare dietro lo schermo 36 altoparlanti più altre 54 ne fece disporre in platea e in galleria. Il costo totale dell’operazione fu di 85.000 dollari; una cifra che nessun cinema al mondo poteva stanziare per aggiornare il proprio impianto sonoro (oltretutto funzionale alla fruizione di tutte le altre pellicole distribuite a quel tempo). Quando il film cominciò ad essere programmato nelle sale statunitensi, nessuna di queste era attrezzata a dovere. Il coinvolgimento degli spettatori, già disorientati dal film in sé, fu irrimediabilmente compromesso. L’opera andò quindi incontro a un fallimento che avrebbe avuto delle ripercussioni sulla Disney anche negli anni a venire: a cominciare dalla produzione di Dumbo, film realizzato con pochi soldi e in tempi record.

Eppure, nonostante l’iniziale difficoltà a imporsi nell’immaginario collettivo, Fantasia ebbe modo di vivere una seconda vita. Dapprima fu, tra anni ’60 e ’70, la comunità hippie a rivalutare il film, che divenne un caposaldo del movimento alla pari di un altro classico disneyano: Alice nel paese delle meraviglie. Fu poi il tempo stesso a concedere all’opera di Disney il posto che si è sempre meritata di occupare nella storia del cinema d’animazione. Oggi non abbiamo più alcun timore reverenziale nel definire il terzo lungometraggio di Walt Disney un capolavoro. Ci stupisce per il suo coraggio, le sue ambizioni, la ricerca sperimentale, e la capacità di fondere estetiche e suggestioni molto diverse tra loro.

Fantasia

Oggi forse più di ieri siamo ben consapevoli del fatto che Fantasia ha tentato di tracciare una nuova strada. Come accennato già all’inizio, si tratta di una strada solo abbozzata e che per questo quasi nessuno – di fatto – ha avuto l’ardire di ripercorrere negli anni successivi. Non l’ha fatto sicuramente il sequel omaggio prodotto dalla stessa Disney all’inizio del nuovo millennio, Fantasia 2000, che non presenta la stessa portata innovativa dell’originale. Chi invece ci ha provato è stato Bruno Bozzetto con il suo Allegro non troppo, dichiarato omaggio (sotto certi aspetti critico) all’opera di Disney attraverso il quale l’animatore italiano non si limita a rileggere in maniera ironica alcuni segmenti di Fantasia (anche il Bolero di Maurice Ravel accompagna la nascita di un pianeta, ma questa volta il “brodo primordiale” da cui germoglia la vita non è causato da sconvolgimenti planetari e/o tettonici, bensì da una goccia di Coca-Cola fuoriuscita da una bottiglietta lasciata inavvertitamente su un desertico corpo celeste da un astronauta), ma dialoga con l’opera del 1940 ricercandone la stessa verve creativa e sperimentale.

A distanza di 80 anni dalla sua uscita, oggi che abbiamo anche la fortuna di poter usufruire di quella specie di mediateca che è in fin dei conti la piattaforma Disney+, il recupero di Fantasia rappresenta un vero e proprio obbligo spettatoriale. Per chi lo ha già visto può essere l’occasione per riscoprire dettagli dimenticati, mentre per chi non ha mai avuto il piacere di confrontarcisi potrà essere l’occasione per fare i conti con un’opera titanica che ha segnato la storia del cinema. Indipendentemente a quale di queste due tipologie di spettatore appartenete: guardatelo, non ve ne pentirete.


Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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