Ennio Morricone, cantore di mondi: le sue migliori composizioni

scritto da: Giordano Giannini

Immagine di copertina: Maestro Ennio Morricone FB Page

“…E ADESSO COSA FISCHIETTERÀ MIO PADRE?”. Questa domanda è certamente uscita, sommessa ma udibile, dalle labbra di non poche figlie o figli, compreso chi scrive. Un poco puerile, esprime però quel sincero affetto che è cresciuto attorno alle note di Ennio Morricone. Chi le ha ascoltate ha potuto, negli anni, vestire magicamente qualsiasi “panno”: spettro o sciantosa, principe o agitatore, navigatore o libertino, frottoliere di piazza o sicario marsigliese… Con lui muore uno di casa, prima ancora che un artista; fedele amico di dieci, cento, mille famiglie vogliose di “costruire”, col suo aiuto, la colonna sonora della propria vita.

Più di ogni altro grande regista con cui lavorò (Pasolini, Cavani, Bertolucci, von Trotta etc..), Morricone ci teneva a ricordare ai giovani il suo incontro con Vittorio De Seta per L’uomo a metà (‘66), film originale e incompreso. Attraverso il “prisma” delle sue partiture per il grande schermo tutti, sensibili o meno, hanno potuto sfiorare le grandi tendenze stilistiche del passato (barocca, classica, romantica), saggiarne, ancorché “rimodernate”, la ricchezza e la complessità, decisive non solo per la formazione di un compositore ma di chiunque volesse ascoltare la voce di Euterpe con maggior impegno. Il silenzio, tesoro mai troppo protetto, e i rumori quotidiani, casuali ed insignificanti solo in superficie, furono alla base di quasi ogni studio o riflessione di Ennio Morricone: non sempre, infatti, la musica aveva, per lui, necessità di imprimere l’immagine filmica. 

Nell’odierna turbina di suonerie a sedici bit e falsetti ai limiti dell’ultrasuono, le parole del musicista romano, spese nel corso di una storica lezione al CSC nella primavera dell’88, possono ancora far breccia: la vera musica elettronica non riproduce i suoni “temperati”, cioè della scala tradizionale; non fa l’imitazione dei timbri già esistenti ed eseguibili con classici strumenti; viceversa ricorre in varie, diverse percentuali alle quattro forme d’onda (sinusoidale, quadra, triangolare e “a dente di sega”) e al cosiddetto “suono bianco”; il tutto, mediante appositi apparecchi, per generare tutti i timbri che già conosciamo più altri inimmaginabili che l’ingegnere-compositore può inventarsi in qualsiasi momento, sperimentando, ricercando suoni diversi e irripetibili. Il baccano “vocal techno”, “dubstep” o “electro house” è perciò distante anni luce.

Bando ai tecnicismi, le grandi pellicole musicate da Morricone sono in attesa di essere riscoperte dai nativi digitali. La classifica a seguire ne offre alcuni esempi, non tutti celebri ma ugualmente importanti: dieci partiture, dieci “mondi” sonori diversissimi, distanti fra loro (dall’Atlantico al Mar Giallo, dal Medioevo al secondo Novecento), ai quali il “nostro” Ennio diede forma, accompagnandoci in essi per mano, sapientemente. La bellezza è una faccenda seria, non scordiamolo mai. Buon ascolto.

C’era una volta in America (‘84) di Sergio Leone

Seguendo le gesta di un gruppo di gangsters di mezza tacca – le loro infamie, dubbi e chimere – vediamo passare pure mezzo secolo di storia americana. Ma esisterà poi davvero l’America? Brani quali Il tema di Deborah e La canzone di Cockeye sono entrati di diritto nella storia della musica per il cinema.

La notte e il momento (‘94) di Anna Maria Tatò

Dall’opera omonima (1755) di Crébillon figlio, adattata più volte per il teatro, la pellicola vede protagonista una sulfurea coppia d’amanti (Lena Olin e Willem Dafoe) perdersi in un agone “verbale” di seduzione, senza limiti o compromessi. Ascoltando All’aria aperta e Un clavicembalo si colgono gli echi da alcuni concerti per oboe di Telemann e dai Capricci di Frescobaldi.

Gli occhi freddi della paura (‘71) di Enzo G. Castellari.

L’esito più audace dell’incontro fra Morricone e il Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza. Atmosfere pressanti, inquiete, fra jazz d’avanguardia, “funkadelia” (vedi i Brainticket o Lesiman) e lampi di musica concreta. Per gli amanti del genere: Notte e misteri, Urla nel nulla, Folla folle e le finali, sette variazioni su Gli occhi freddi della paura.

Il prato (‘79) di Paolo & Vittorio Taviani.

Guardando a I dolori del giovane Werther (1774) e alla ballata Der Rattenfänger (1802), i due fratelli sanminiatesi incastonano nella cornice di San Gimignano i destini di tre giovani laureandi (Marconi, Rossellini, Placido), dilaniati fra il bisogno d’integrazione e il pizzicore di favolesche utopie (la storia si svolge al crepuscolo del movimento del ‘77). Una delle partiture più belle che Morricone abbia composto nel decennio Settanta. Oltre al tema principale, da far venire le lacrime agli occhi, lascia il segno La grande zampogna e il piccolo flauto, contagiosa “tarantella” medioevale.

Vatel (2000) di Roland Joffé

François Vatel (1631-‘71), maestro di cerimonie del Re Sole, rivive nella voce e nella gestualità di Gérard Depardieu. Morricone procede, stavolta, nel ricordo di Händel, Porpora e, sebbene di circa un secolo più tardo, di Michel Blavet e delle sue sonate per flauto e basso continuo (si ascolti Deux courtisanes).

La storia vera della signora dalle camelie (‘81) di Mauro Bolognini

La Signora dalle Camelie, al secolo Alfonsina Duplessis, divenuta contessa de Perregaux, s’impone una volta di più nell’immaginario filmico. Ma il romanzo di Dumas figlio, “giocattolo lussuoso, decorato da amore e morte, innaffiato da abbondanti lagrimazioni” (Ferrone, 12-’75), cede qui il posto al cupo disincanto di Bolognini. Morricone lo segue, ispirandosi al pianismo di Fauré, alle sue incerte sfumature, nonché all’«estetica del sentimento» del finnico Sibelius (si pensi al noto Valse triste). Insieme al brano d’avvio: Passacaglia, Unico amore, Fiore rosso e l’arabeggiante Fumeria d’oppio.

Marco Polo (sceneggiato tv, ‘82) di Giuliano Montaldo.

Pur non avendo, parole sue, strumenti ed esecutori adatti, dopo aver consultato alcune voci del ‘Grove Dictionary of Music and Musicians’, Morricone si rifece ai principi delle antiche tradizioni ritmico-drammaturgiche della Cina, alla sua concezione della musica come “interregno” fra l’umano e l’ultraterreno. Non è, ovviamente, la “vera” Cina ma quella “di sogno” che popola le fervide fantasie occidentali. Degni di nota: La leggenda della Grande Muraglia, Canzone di Mai Li, La grande marcia di Kublai, Al Santo Sepolcro.

La venexiana (’86) di Mauro Bolognini

Ennesimo frutto del sodalizio Bolognini-Morricone. Fonte: la commedia di un anonimo, “eco della vita, raffinata e irrequieta, dell’aristocrazia del primo Cinquecento veneto” (Davico Bonino, ’77). Corpi “celesti”: Laura Antonelli, Clelia Rondinella. Il musicista si abbandona, quindi, alle lusinghe, facili ma mai volgari, della Serenissima: Attesa d’amore anticipa gli “spettrali” gemiti di piacere di Volti e fantasmi ne La migliore offerta; mischiando sacro e profano, in segmenti quali Ave Maria (Seconda) o Baci interrotti convivono, ancorché distanti temporalmente, le sonorità di Palestrina e del Patavino.

Amleto (‘90) di Franco Zeffirelli

Prima ed unica collaborazione fra Morricone e il compianto cineasta fiorentino. Notevole. La suite scelta per voi “contrae” Hamlet (prima variante), The banquet e Dance for the Queen. Curiosità: la sequenza del monologo di Amleto (Mel Gibson) innanzi al teschio di Yorick, un tempo buffone del re, nella versione per il mercato anglofono è priva di musica. Per la versione italiana, il “nostro” ha, invece, riarrangiato il tema principale di un altro film, l’orrorifico Léonor (‘75) di Juan Buñuel.

La migliore offerta (2013) di Giuseppe Tornatore.

Nelle prime due decadi del Duemila, pur continuando a dare prove di alto professionismo, in Morricone sono riconoscibili segni di stanchezza, concessioni al manierismo. Eccezioni: il cartone Aida degli alberi di Manuli, il rinascimentale E ridendo l’uccise di Vancini. A fianco di Tornatore ritrova la sua vena migliore: le tracce Volti e fantasmi, Un violino, Cavea, Alla villa, Le vuote stanze, A quattro voci, Ritratti d’autore plasmano quello che può considerarsi a tutti gli effetti il testamento dell’autore, compendiando le innumerevoli suggestioni suaccennate.


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