Emir Kusturica: gitano dell’anima, della favola e della storia

scritto da: Ludovica Ottaviani

Il talento unico di Emir Kusturica regista, sceneggiatore, musicista, filantropo e scrittore ma prima ancora raffinato cineasta perdutamente innamorato delle settima arte, si annida proprio nelle sue origini. In quell’indecifrabile richiamo del sangue che lo ha spinto a girovagare per il mondo pur rimanendo, in cuor suo, sempre ancorato alle radici della propria terra balcanica, arrivando perfino ad auto-definirsi un “agricoltore, un contadino che coltiva prodotti biologici frutto della terra”.

L’arte cinematografica di Emir Kusturica si muove sempre in bilico tra il “realismo magico” e la cruda verità, contrapponendo ossimoriche immagini surreali, rubate ai quadri naïf e al mondo delle fiabe russe, con l’antica tradizione di una terra – quella balcanica, appunto – figlia di un crogiuolo di culture, lingue e superstizioni ataviche; una terra troppo spesso scenario involontario di contraddizioni, conflitti sanguinosi e guerre, letteralmente una “no man’s land” dove tutto può accadere, perfino l’improbabile che diventa plausibile.

On the Milky Road recensione del nuovo film di Emir Kusturica

E Kusturica l’attaccamento alle sue radici non l’ha mai dimenticato, anzi, è sempre riuscito a narrarne premesse, trasformazioni e sfumature attraverso ogni film, a partire dal primo cortometraggio realizzato mentre studiava presso l’accademia cinematografica ceca FAMU Academy of Performing Arts – tale Guernica – oppure i primi film per la tv, Arrivano le Spose (1978) e Bife “Titanik” (1979).

Nei primi anni ’80 i Balcani sono attraversati da tensioni interne ma è ancora lontano lo spettro dell’imminente guerra che scuoterà le coscienze per tutto il decennio successivo; certo, è un territorio squassato – fin nella propria anima – dalle contraddizioni e dagli ambigui esiti di ben due Guerre Mondiali, che videro prima la dissociazione dell’Impero Austro-Ungarico, poi la sconfitta dell’arcaica Russia zarista e la nascita della potenza comunista URSS fino al divampare del Secondo conflitto con la propria, inesorabile, fine e l’avanzata delle forze sovietiche pronte a liberare i territori occupati insediando il proprio regime totalitario. Una penisola popolata di piccoli e medi dittatori che, nel corso del tempo, si sono macchiati di indicibili crimini contro l’umanità e – coprendosi dietro il paravento della buona rivoluzione d’Ottobre – hanno infangato la macchina amministrativa celando orrori e disumanità.

Le opere di Kusturica filtrano la realtà con tutte le sue contraddizioni, trasformandola e trasfigurandola attraverso la personale lente colorata del regista

Questi dettagli storici non possono prescindere dal tono fiabesco delle opere di Kusturica, che filtrano la realtà con tutte le sue contraddizioni trasformandola e trasfigurandola attraverso la personale lente colorata del regista, dando vita a felici, quanto inattesi, risultati come la sua opera prima (datata 1981) Che Fine ha Fatto Dolly Bell? Ispirata ad un romanzo di Abdulah Sidran, celebre drammaturgo, poeta e scrittore bosniaco, il risultato che scaturisce dalla fantasia iperattiva del regista è quanto mai atipico e surreale.

Riesce a mescolare insieme le contraddizioni del regime comunista di Tito negli anni ’60; l’assurdità dei rapporti tra le vite dei personaggi e la scena socio-politico-culturale della Jugoslavia; le difficoltà del passaggio dall’infanzia all’età adulta fino all’elegia dei piaceri della vita – musica, sesso, alcol, calcio e cinema, tutti passatempi popolari molto diffusi e famosi – e infine l’incursione del surreale nel reale, nel caso di Che Fine ha Fatto Dolly Bell? Rappresentato dall’ipnosi.

Semi di una poetica d’autore nei confronti della quale Kusturica rimarrà sempre coerente, nonostante la vittoria di un Leone d’Oro al Festival di Venezia dello stesso anno, la vittoria della Palma d’Oro nel 1985 al Festival di Cannes, con il film Papà è in Viaggio d’Affari (sempre scritto da Sidran) e la conseguente candidatura al Premio Oscar come Miglior Film Straniero fino ad arrivare al 1989, quando dirige Il Tempo dei Gitani, moderna favola metropolitana sospesa tra i Balcani e il Nord Italia dove la sua attenzione si focalizza su usi, costumi e rituali della cultura gitana, che celebra anche la miscellanea linguistica mettendo in scena il crogiuolo tra lingua romani e serbocroato.

Un Road Movie attraverso la penisola balcanica che riflette anche il viaggio che si apprestò, poco dopo, a compiere Emir Kusturica stesso: nel 1992, allo scoppio del sanguinoso conflitto in Bosnia, il regista – sentendosi molto più vicino alla cultura serba – si trasferisce da Sarajevo a Belgrado (passaggio che aveva già meditato di compiere durante le travagliate riprese di Papà è in Viaggio d’Affari) continuando a realizzare, per tutto il decennio, capolavori cult come il suo primo film americano, Il Valzer del Pesce Freccia (meglio noto come Arizona Dream, 1993) con un cast composto da un giovanissimo Johnny Depp, Vincent Gallo, Jerry Lewis, Faye Dunaway e Lily Taylor che adatta le stesse tematiche comuni ai suoi film precedenti – salvo il legame con la Storia più attuale – traslandole nel consumistico e rutilante universo statunitense.

Il caotico e pirotecnico Underground è considerato uno dei migliori film del XX secolo, accolto da violente critiche per via dell’ottica che Kusturica scelse di condividere nel raccontare la guerra jugoslava

A questo tentativo segue il successo del suo film forse più conosciuto, che lo porterà a vincere di nuovo la Palma d’Oro a Cannes nel 1995: stiamo parlando del surreale, caotico e pirotecnico Underground, considerato uno dei migliori film del XX secolo, accolto da violente critiche provenienti soprattutto dalla Francia per via dell’ottica che Kusturica scelse di condividere nel raccontare la guerra jugoslava, mostrando il suo appoggio filo-serbo.

Nonostante le accuse e la volontà di ritirarsi dall’attività cinematografica, nel 1998 il regista realizzò un altro film destinato a conquistare il Leone d’Oro a Venezia, una commedia nata – nella sua mente – come un documentario sulla musica gitana intitolato Musika akrobatika; ma durante la lavorazione scelse di trasformare tutto il materiale girato in un film di fiction, tornando a raccontare quel curioso microcosmo gitano grazie anche all’uso del dialetto romani, del serbo e del bulgaro per narrare questa atipica favola grottesca a base di matrimoni combinati e coppie che scoppiano, sullo sfondo di un insediamento gitano nei pressi del fiume Danubio.

On the Milky Road: Emir Kusturica tra storie vere e molta fantasia

Lo sfondo del sanguinoso, contradditorio conflitto nei Balcani e la sua personale visione della vita continuano ad essere protagoniste anche delle sue opere del nuovo millennio, a partire da La Vita è un Miracolo, passando per Promettilo! fino al più recente On the Milky Road.

Nonostante le incursioni – come attore – davanti alla macchina da presa, i progetti internazionali nei quali è stato coinvolto, i romanzi e i documentari (impossibile non citare quello che ha dedicato al Pibe de Oro Diego Armando Maradona) Emir Kusturica rimane coerente con sé stesso e ancorato ai propri presupposti teorici e poetici.

Raccontare la realtà attraverso il suo sguardo straniante, trasformarla in favola nera e grottesca senza perdere mai quell’elemento magico che lo accompagna e ci accompagna, lasciando sullo sfondo la Storia che si confonde, intersecandosi, con le storie degli uomini e dei popoli, immortalati sempre nel loro continuo movimento e nella loro caotica, quanto eterogenea, migrazione.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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