venerdì, Marzo 5, 2021
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Donnie Darko: i primi 20 anni di un film cult

Nel gennaio 2001 veniva presentato al Sundance Donnie Darko, il film cult di Richard Kelly con protagonista un giovane Jake Gyllenhaal.

Quando un film si può definire un cult? In che modo pubblico e critica si accordano tacitamente per decretare il suo status privilegiato? Qual è il processo attraverso il quale un’opera è ritenuta tale? Tutto dipende dal tempo, dice qualcuno. Ovvero, dal passare degli anni. Della serie, un buon film come un buon vino deve maturare. Forse è vero, ma è certamente una visione parziale. Perché il percorso che ogni singolo film fa, nell’immaginario collettivo, non è mai univoco. Le casistiche possono essere infinite. Ci sta, ad esempio, che un film, cult, lo diventi da subito, oppure a distanza di settimane o mesi. O magari deve aspettare anni, persino decadi. Ma è possibile anche che lo diventi a distanza di tre anni dall’uscita, magari a seguito di una seconda distribuzione: un po’ com’è accaduto a Donnie Darko di Richard Kelly, che proprio in questi giorni compie 20 anni. E a cui abbiamo dedicato un articolo che, per forza di cose, qualche spoiler è obbligato a farlo.

Che cosa racconta il film?

Nonostante la sua fama sia più circoscritta agli Stati Uniti che non al resto del mondo, probabilmente la gran parte dei cinefili conosce la storia narrata dal film. La vicenda si svolge nell’ottobre del 1988. Protagonista è il giovane Donnie (interpretato dall’appena ventenne Jake Gyllenhaal), che abita con la famiglia nell’anonima cittadina di Middlesex. I genitori, Eddie e Rose (Holmes Osborne e Mary McDonnel), sono borghesucci conservatori, mentre la sorella maggiore Elizabeth (Maggie Gyllenhaal, nella vita sorella di Jake) è una democratica che con ogni probabilità continuerà gli studi universitari ad Harvard; il quartetto famigliare è completato dalla sorella minore Samantha (Daveigh Chase). Ragazzo problematico, un po’ schizzato, tendente al violento e per questo in terapia, Donnie vive la sua quotidianità in compagnia di un amico immaginario molto speciale – e anche piuttosto inquietante -, un gigantesco coniglio di nome Frank (palesemente un essere umano con un costume addosso) che gli ricorda – quasi fosse un mantra – l’imminente fine del mondo: a cui mancano 28 giorni, 6 ore, 42 minuti, e 12 secondi.

Scampato fortunosamente a un tragico accadimento – il motore di un Boing piomba (parrebbe dal nulla) nella sua camera da letto quando lui non è in casa -, Donnie non sembra particolarmente sconvolto dall’idea di averci potuto rimettere le penne. Tanto da riprendere senza alcun problema il suo tran tran quotidiano. Mal sopporta i genitori (specie la madre) e a scuola non riesce ad entrare in sintonia con i precetti retrogradi dei suoi insegnanti: a cominciare dall’invasata Kitty (Beth Grant), le cui lezioni si sono ridotte alla celebrazione di uno pseudo-guru locale, Jim Cunningham (il compianto Patrick Swayze). Però conosce la coetanea Gretchen (Jena Malone), con la quale instaura in tempi record un rapporto affettivo. Ma neppure l’amore riuscirà a rimettere a posto i cocci della sua esistenza. Così come inutili sembrano essere le sedute dalla psicanalista. Che cosa fare allora?

donnie darko

La soluzione migliore sarebbe quella di rifuggire la propria depressione compiendo atti estremi come allagare la scuola e bruciare una casa. Eppure incombe sempre l’imminente fine del mondo annunciata dal coniglio Frank (il quale sembra partorito dalla mente contorta di David Lynch). Come se non bastasse, altre strane visioni cominciano a manifestarsi. Il tutto mentre Donnie inizia a riflettere sulla possibilità di viaggiare nel tempo per cercare eventualmente di modificare gli eventi. Senza perdere di vista, però, l’ineluttabilità del proprio destino.

Un insuccesso annunciato

Sono passati, quindi, davvero venti anni dall’uscita di Donnie Darko? Se vi siete un attimo persi nel conteggio, è perché effettivamente in Italia il film dell’esordiente Kelly arrivò solo nel 2004, a seguito della seconda distribuzione della pellicola nelle sale statunitensi. Eppure, la prima versione venne presentata il 19 gennaio 2001 al Sundance, per poi essere distribuita solo il 26 ottobre dello stesso anno. Con il senno di poi non una scelta felicissima. Già al Festival fondato da Robert Redford il film non aveva brillato. Passato quasi inosservato, e forse un po’ oscurato (chissà) dal Memento di Christopher Nolan, il destino di Donnie Darko sembrava segnato: distribuzione direttamente in home video.

E invece, nonostante il pessimismo di Kelly, alla fine al film venne concessa l’opportunità di essere proiettato in sala (forse anche grazie al coinvolgimento di Drew Barrymore non solo in qualità di attrice, ma anche di produttrice esecutiva). Non andò però bene, e probabilmente non solo per colpa del film. Solo poco più di un mese prima della sua uscita – ricordiamo che il film racconta anche di un disastro aereo – gli Stati Uniti erano stati costretti a vivere una delle situazioni più drammatiche della loro storia recente: l’attentato alle Torri Gemelle. Non il massimo per invogliare gli spettatori ad andare in sala. Ma non è tutto. Perché Donnie Darko pone al centro della narrazione un giovane problematico che compie sovente atti violenti (non solo contro cose, ma anche contro persone). Un liceale probabilmente non dissimile rispetto a quelli che solo un paio di anni prima a Columbine avevano perpetrato una strage che sconvolse l’opinione pubblica americana.

Donnie Darko 2

Una strage la cui eco non rimbalzò solo sulle tv di tutto il mondo nelle ore e nei giorni successivi all’accaduto, ma segnò anche il cinema. Nel 2002 uscirà infatti il documentario di Michael Moore Bowling in Columbine; mentre l’anno successivo sarà un film di fiction a raccontare l’evento grazie a Gus Van Sant e al suo Elephant (non una trasposizione fedele degli accadimenti, ma una libera rilettura). 11/9 e strage di Colombine: difficile quindi per Donnie Darko riuscire a liberarsi dal peso di questi due eventi. Non che il film andò poi davvero così male al cinema, specie se rapportato al suo costo esiguo: 7,5 milioni di dollari guadagnati in tutto il mondo, a fronte dei 4,5 di budget. Però, nonostante un certo interessamento della stampa specializzata, la sua uscita passò praticamente sotto silenzio. Sembrava il classico esempio di film condannato all’oblio, indipendentemente dalle sue qualità. Ma il destino – quell’oscura “spada di Damocle” che incombe su tutti noi – aveva in serbo un futuro ben più roseo per il film di Kelly.

La riscoperta e la nuova distribuzione cinematografica

Paradossalmente la svolta fu determinata dall’home video. Quella distribuzione “casalinga” che inizialmente era stata vista da Kelly come una sconfitta, si rivelò invece il primo passo verso la rivincita del film (e, di conseguenza, del proprio autore). Ancora oggi c’è chi definisce la fortuna di Donnie Darko inspiegabile. Eppure, il 2002 fu l’anno in cui il film cominciò ad essere guardato con altri occhi. Gli eventi che (forse) avevano determinato la sua disfatta erano ormai alle spalle. E quello che rimaneva del film era soprattutto la carica eversiva (tipica del cinema indipendente americano) con la quale veniva descritta una proverbiale gioventù bruciata. Novello Jim Stark, Donnie è votato all’autodistruzione come il celebre personaggio interpretato da James Dean nel film di Nicholas Ray.

Donnie Darko 3

La famiglia, più che opprimente è assente. Gli amici, seppur presenti, sono compagni di ragazzate e non di confessioni. La scuola è una prigione che assuefà gli studenti, non li educa (salvo rari casi: come la professoressa di letteratura che fa leggere Graham Greene, e proprio per i suoi metodi rivoluzionari sarà licenziata dall’istituto). Che una generazione di giovani americani si sia rivista in Donnie? Possibile, anche se le radici di questo “rispecchiamento” non possono essere imputabili solo a questi elementi superficiali. Se Donnie può essere visto come emblema di una generazione, il film di Kelly è invece la fotografia di una società lacerata, dove l’incomunicabilità tra generazioni ha superato i livelli di guardia. Se Gioventù bruciata di Ray è, in fondo, più un film sui padri (mancanti) che sui figli; Donnie Darko è più un film sulla società americana post secondo millennio che non sulla generazione X o sui Millennials (pur essendo ambientato alla fine degli anni ’80, il film si rivolge agli spettatori nati dagli anni ’80 in poi).

Ed è forse per questo motivo – il profondo legame con la società americana – che il successo che ha contraddistinto il film negli Stati Uniti non è fuoriuscito dai confini nazionali. Possiamo girarci intorno quanto vogliamo, ma che Donnie Darko non abbia riscosso lo stesso entusiasmo all’estero – a cominciare dall’Italia – è un dato di fatto. Nel 2004 il director’s cut del film di Kelly esce negli States a maggio. In Italia arriva in autunno la prima versione, dopo essere stata presentata fuori concorso al Festival del Cinema di Venezia (per quella definitiva bisognerà aspettare l’uscita del DVD l’anno successivo). Da noi, forse, più che un cultDonnie Darko è “quel film strano con Jake Gyllenhaal”, l’attore che il grande pubblico italiano aveva già conosciuto in primavera con il disaster movie di Ronald Emmerich The Day After Tomorrow e che diventerà un volto familiare a partire dall’anno successivo grazie al dramma I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee.

Perché Donnie Darko ci affascina?

Da qualche giorno circola una dichiarazione del regista Richard Kelly circa il debito di Donnie Darko nei confronti di Christopher Nolan. Non si tratta, però, di un debito estetico-cinematografico: quando il film uscì anche il regista di Tenet era praticamente un esordiente. Secondo Kelly, dopo aver visto il film Nolan mise una buona parola con la produzione, consigliandone la distribuzione nei cinema. Su quali aspetti del film abbiano all’epoca colpito Nolan si potrebbe forse soprassedere, dato che essi appaiono (con uno sguardo retrospettivo che tiene conto della sua filmografia) fin troppo ovvi: l’arzigogolata struttura narrativa (Memento) che compenetra idealmente passato, presente, futuro e realtà alternative; il tema dell’onirico e quello dell’ipnosi (Inception); i viaggi nello spazio-tempo (Interstellar). Si tratta, con ogni probabilità, degli stessi elementi che hanno maggiormente affascinato anche noi spettatori.

Dopo tutto, quanti film raccontano storie di adolescenti disagiati? Un’infinità. Ad oggi, forse, si è persino perso il conto se ci aggiungiamo pure le serie tv. Eppure c’è modo e modo di farlo. E Donnie Darko lo fa attraverso una narrazione dominata dall’ineluttabilità di un destino che può essere solo subito: passivamente o scientemente (in quest’ultimo caso in modo stoico, quindi). Pur essendo un film indipendente, Donnie Darko cova l’ambizione di essere una sorta di opera-mondo, a suo modo definitiva. Il suo racconto è riconducibile al mito, le componenti che lo contraddistinguono assumono le forme di archetipi. Da una parte getta uno sguardo disgustato, polemico sulla società americana; dall’altra, invece, si pone a mo’ di specchio attraverso il quale una generazione (come dicevamo sopra, non quella che racconta ma quella spettatoriale) può rispecchiare le proprie paure, le proprie angosce, i propri turbamenti (anche sessuali).

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Tutti concentrati sul finale, ma il film?

Per anni ci si è focalizzati sulla complessità del finale di Donnie Darko: che cosa accade, veramente, negli ultimi venti minuti del film? Abbiamo supposto varie teorie, a cominciare da quella del viaggio del tempo. Perdendo forse di vista l’essenza di un film complesso, al di là della sua composita struttura drammaturgica. Donnie riesce effettivamente a rimettere le cose apposto, sacrificandosi per fare in modo che i suo cari possano sopravvivere all’annunciata apocalisse? Oppure, tutto è solo nella sua testa (come, d’altronde, il coniglio Frank, sotto la cui maschera si cela un amico della sorella che causerà la morte di Gretchen e che per tale motivo verrà ucciso da Donnie)? O forse il ragazzo è imprigionato in un loop temporale che solo attraverso la morte può spezzare? Il mistero spesso dà più soddisfazione della sua soluzione. Scervellarsi per trovare la quadra a volte può essere controproducente. Rimettere a posto tutti i frammenti del racconto fa davvero acquisire a Donnie Darko maggiore efficacia? Non ne siamo così sicuri.

Rivederlo oggi, a distanza di venti anni, non ci dà solo la sensazione di essere vecchi, ma ci aiuta anche ad osservarne la vera natura: quella di un’opera profondamente esistenzialista, nonché radicalmente fatalista. E non basta un finale in cui sembra che tutti i personaggi si assumano le proprie responsabilità – persino il guru Jim, accusato in una realtà temporale di pedofilia, in un universo alternativo piange forse per i propri peccati, dando la sensazione di redimersi – per cancellare quella cappa mortuaria che avvolge tutto il film. Non basta sapere che il sacrificio del giovane ha effettivamente ristabilito un ordine nel cosmo.

Donnie Darko 5

È un’opera disperata, Donnie Darko. Potrebbe essere scambiato per un bizzarro teen drama, ma a ben vedere si discosta immediatamente da tale genere evitando ogni luogo comune, macchiando il realismo con uno sguardo tanto disincantato quanto vagamente (e orrorificamente) surreale. E, alla fine, riesce a diventare persino una riflessione su un’umanità condannata all’apparire e incapace di essere. Un’umanità “mascherata” in cui ognuno decide – non stoicamente, ma arrendevolmente – di vestire un abito appioppatogli dalla società pur di apparire accettabile alla società stessa. «Perché indossi quello stupido costume da uomo?», dice ad un certo punto il coniglio Frank a Donnie, ponendolo di fronte a un complesso dilemma. La vita non è altro che una recita.

Il destino appare segnato, almeno finché non si prende coscienza di sé e non ci si rende conto che è possibile modificarlo (indipendentemente dal prezzo da pagare). Donnie alla fine sembra comprenderlo. Ne accetta le conseguenze. Il cattivo ragazzo si trasforma in eroe. A livello diegetico nessuno se ne accorge. Come potrebbero, d’altronde? Ma da spettatori non possiamo rimanere indifferenti: Donnie è un martire, un esempio; ci ha indicato la strada verso la salvezza. Le maschere vanno abbattute per riscoprire veramente chi siamo. Alla fine ciò che rimane è la sensazione che attraverso la parabola di Donnie – tra conigli giganti, viaggi nel tempo, reattori di aerei che cadono dal cielo, ecc. – siamo stati chiamati, in qualità di spettatori, a compiere un viaggio in prima persona; un viaggio il cui senso trascende il film stesso. E chissà, magari a conclusione del film/percorso abbiamo pure acquisito maggiore coscienza di noi stessi. Il cinema come terapia? Forse. E probabilmente la sua efficacia non è neanche da sottovalutare. Il successo, a posteriori, di Donnie Darko insegna.

Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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