«Non sono migliore di un albero abbattuto… Mi ha colpito la folgore, sono inaridito» afferma sommesso il Conte di Rochester; Jane, “dolce, strana creatura, quasi ultraterrena” risponde all’amato, abbracciandolo «Nuove piante cresceranno e presto ti avvolgeranno». Lo stesso augurio mandiamo a William Hurt (1950-2022), ovunque si trovi.
Piccoli occhi blu, portamento ora altero ora fanciullesco, il repertorio elisabettiano prima e il grande cinema d’autore (es. Akerman, Szabó, Cronenberg) poi beneficiarono della sua presenza ma, chicca per nostalgici, chi ha passato la trentina lo ricorderà sempre per un giocoso pomeriggio filmico, a base di variopinti “galagoni” alieni e tunnels di ombre siderali, nel periodo delle elementari: Lost in Space (’98) dove il nostro vestì i futuristici panni del prof. Robinson. “Hurt” – un nome, un destino – significa “ferire”, “far male”. E William fece spesso del male a sé stesso e a chi gli stava accanto. Senza controllarsi, pentendosene subito. Le donne da lui tumultuosamente amate ancora lo ricordano sulla propria pelle.
Fu questa tendenza autodistruttiva, scrisse il critico Stefano Lusardi, unita ad un’inquietudine esistenziale che portò l’attore statunitense, dal decennio Novanta all’inizio del Duemila, salvo rare eccezioni, a dissipare il talento in progetti sbagliati o ad essere relegato in ruoli, ancorché “lussuosi”, di caratterista quando poteva benissimo ottenere ancora le parti principali. Discuterne a posteriori è vano. La Persona (umana, troppo umana) non c’è più. Rimangono l’Artista (di sensibilità rara) e l’Opera: riscopriamone insieme dieci, preziose “sfumature”.
10Stati di allucinazione (1980) di Ken Russell
Eddie Jessup perde a sedici anni il padre per un brutto male: da quel giorno la sua fede in Dio, prima salda, quasi ossessiva, crolla. Molti anni dopo lo vedremo docente, e fra i più stimati, all’Università di Harvard. Ancora ferito dal ricordo del padre, Jessup insegue con tenacia un’ipotesi secondo la quale il cervello umano si “perderebbe” in strati inferiori di abissale profondità: scandagliandoli, uno ad uno, potremmo ricavare informazioni sui mutamenti avvenuti nel nostro patrimonio genetico per milioni di anni. Da dove veniamo, in breve, e dove stiamo andando. Incurante dei consigli della moglie, dapprima immerso in una vasca d’acqua, collegato a speciali sensori, poi mangiando i funghi “di San Isidoro”, assunti nei tradizionali riti mazatechi, il nostro proverà a “sollecitare” i bagliori di quelle “vite” lontane nel tempo ma l’esperimento gli sfugge di mano…
Ispirata al romanzo omonimo di Paddy Chayefsky, la cupa fiaba “tecno-lisergica” del britannico Russell, vispo “geniaccio”, vede Hurt al suo primo ruolo importante. Suggestiva la fotografia di Jordan Cronenweth (Blade Runner) e tutt’ora impressionanti gli effetti del “veterano” Chuck Gaspar (Gli uccelli) come pure il trucco di Dick Smith (L’esorcista).

