venerdì, Gennaio 15, 2021
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Dario Argento e la fragilità del gotico

I melomani più severi del Carlo Felice di Genova attesero al varco Dario Argento il 21 febbraio 2015. Fischi rimandati: il noto artigiano del brivido, da poco ottantenne, donò loro una Lucia di Lammermoor “tradizionale”, non indegna delle versioni di Ballerini (‘46) e Lanfranchi (‘71): fedele al libretto di Cammarano (salvo per l’ambientazione, spostata da inizio Settecento alle prime due decadi dell’Ottocento), assai vicina allo spirito del romanzo The Bride of Lammermuir di Walter Scott, prodigo di spettri, manieri diroccati e cieli solcati da lampi come tante fole popolari scozzesi. Il nudo diafano di Fabiola Di Blasi alimentò un inutile cicaleccio: esso omaggiava, infatti, il dipinto La Vérité sortant du puits (1896) di Gérôme, a conferma della buona conoscenza di Argento delle arti figurative (per l’horror Opera, ad esempio, suggerì alla costumista Lia Morandini di prendere a modello le serigrafie di Erté). Riguardo ad altre suggestioni, di ispirazione Preraffaellita, lo studioso Francesco Cento scrisse un bell’articolo (cfr. Lucia di Lammermoor e la regia d’Argento in “BelliniNews.it”, period. on-line, 07/03/2015).

Tornando all’allestimento genovese, non poteva non essere “tradizionale”. Dario Argento è una figura europea e solo europea. Seppur in modo singolare, le sue radici affondano, appunto, nella cultura estetica del gotico, fra Romanticismo e Decadentismo. Sbagliano certi critici o colleghi (come Pupi Avati) a indicare gli incubi del cineasta romano come “moderni”, “metropolitani” o che l’innovazione da lui portata all’inizio degli anni Settanta risieda essenzialmente nell’aver mostrato il volto patologico del milieu urbano, accentuandolo con visioni eccedenti, quasi lisergiche e, almeno per l’epoca, di inusitata crudezza; sbagliano in quanto simili innovazioni furono attuate ben prima di Argento – si pensi al Clouzot de I diabolici e La prigioniera, Estasi di un delitto di Buñuel oppure certe “follie” hollywoodiane come il noir Veneri rosse di Allan Dwan – mentre l’approccio del nostro è, viceversa, più sottile: egli copre, “nasconde” dietro il Moderno l’Antico, quell’Antico che Riccardo Freda, Camillo Mastrocinque, il primo Mario Bava già rievocarono. Ma sempre “Antico” è e, nel caso in esame, resta perfettamente riconoscibile.

Le forme liberty del quartiere Coppedè a Roma (sfondo di alcune sequenze de L’uccello dalle piume di cristallo e Inferno) o di Villa Fatima a Torino (la Casa del Bimbo Urlante di Profondo rosso), il Cimitero Monumentale del capoluogo piemontese (dove Arnò e Giordani disseppelliscono Bianca Merusi ne Il gatto a nove code), il villino “stile Lloyd Wright” di Busiri-Vici a Casalpalocco (oggetto del memorabile, funambolico movimento di macchina in Tenebre), le cascate di Thur presso il villaggio svizzero di Unterwasser (le cui acque si tingono di rosso nel prologo di Phenomena), la dimora in stile vittoriano di Saint Paul nel Minnesota (sede della seduta medianica in Trauma) sono quindi tutti “travestimenti” che, di volta in volta, possono celare il castello di Otranto, la casa Usher (gemiti, scricchiolii, incendi inarrestabili), il Palazzo d’Ormengo in Malombra di Fogazzaro, i paesaggi brumosi nelle opere del ceco Hynek Màcha o il maniero di Sir Walter e la tomba di Brunhilde, sua sposa, nel racconto Lascia che i morti riposino (1823) di Ernst Raupach. L’incontro fra Argento e il triste Fantasma (‘98) che si aggira per l’Opéra di Parigi, fra canali stagnanti e passaggi segreti, era poi previsto dagli Arcani, aldilà dell’esito finale.

Ancora, nel fiabesco Suspiria o nei succitati Opera e Inferno l’ucciso non si riduce mai a “cosa”. Viene, al contrario, “trasformato” secondo il ricordo di ancestrali riti “che fanno di ogni supplizio un’opera d’arte” (Baioni, ‘84), proprio come accade nel Jardin des supplices (1898) di Mirbeau, vertice della letteratura e dell’erotismo decadenti. Non da ultima, stavolta nel segno di Poe, la Donna appare nei films di Argento come una creatura sensibilissima, colta, “superiore alla realtà quotidiana della vita” (Cerretti, ‘07). Étoile, sensitiva, poetessa, soprano, arpista (Non ho sonno) o ispettrice di polizia (La sindrome di Stendhal, Il cartaio) essa è sempre e comunque “librata verso altri mondi e altre esistenze che poco hanno a che fare con prosaicità della materia” (Id.).

Un simile “tesoro” culturale col tempo, con l’età, si è esaurito. O, meglio, è stato sciupato. Non si capisce bene se Dario Argento non abbia potuto o voluto rendersene conto. Il gotico ha le ossa di vetro, sia chiaro: i suoi non sono caratteri e idee di spessore bensì situazioni e maschere codificate, pregevoli proprio perché prevedibili, subito identificabili (la fanciulla dannata, il bel tenebroso prigioniero del passato, lo spettro inappagato, l’ingenuo imbattutosi in una tragica storia, più grande di lui) e tuttavia elevabili dal raffinato lessico dello scrittore (Poe come anche Nodier, De Nerval o Marion Crawford). Il regista romano ha perciò cercato nelle trovate sceniche, nelle invenzioni sul set, l’equivalente del lessico evocativo delle penne da lui amate fin da ragazzo ma, come severamente nota lo sceneggiatore Dardano Sacchetti (’04), “non si è accorto che sono passati tanti anni […] e i progetti sui quali lavora appartengono ormai al passato”. 

Assuefatto da stravaganze d’ogni tipo, salvo innesti di altre forme espressive (il musical per Sweeney Todd, il fantastico apocalittico per The Nest), agganci al presente (l’umanità logorata degli ambienti di borsa ne La cura dal benessere) o richiami psicanalitici che nobilitino il contenuto (Stoker), il pubblico odierno rifiuta il gotico in veste “pura”: i pallidi insuccessi di The Woman in Black di James Watkins, Crimson Peak di Guillermo del Toro o La vedova Winchester dei fratelli Spierig lo provano. Sempre Sacchetti aggiunge: “Da un certo punto di vista, Dario resta il miglior regista italiano: ha una capacità visionaria incredibile, ma la sua autonomia si ferma ai 10-15 minuti […]. È diventato un regista da ‘corto’ ma, in realtà, non ha mai avuto il fiato del narratore”. Sarà poi così? Il silenzioso, ostinato dialogo di Argento col gotico europeo, più che conferirgli prestigio, lo ha confinato fatalmente tra i residui superati di una data concezione della paura? Solo la visione di Black glasses, giallo veneziano tutt’ora in lavorazione, potrà dirlo. Nel frattempo… Buon compleanno, Dario. Ritrovare la vulnerabilità e la gentilezza d’animo che fecero innamorare Daria, sia per te il dono più prezioso. Guarda al passato, pensa a quel che di eterno esso custodiva… e rimarrai giovane.

Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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