Carrie Fisher: 5 ruoli indimenticabili oltre Leia Organa

scritto da: Ludovica Ottaviani

Ha fatto breccia nell’immaginario mondiale nei panni (spaziali o succinti) della principessa Leia Organa, protagonista della saga originale di Star Wars, creata da George Lucas nel lontano 1977. Ma la sua interprete, Carrie Fisher – scomparsa lo scorso 27 dicembre a soli sessant’anni per un attacco cardiaco – grazie alle sue capacità ma soprattutto all’autoironia, alla determinazione, alla grinta e alla forza (tanto per restare in tema) è riuscita a superare quell’icona di una nuova femminilità (nata in seno agli anni ’70) raccontando tante storie diverse ed incarnando personaggi complessi e distanti tra loro, senza mai perdere quelle caratteristiche che la contraddistinguevano come donna, come hanno ricordato i suoi colleghi su Twitter a poche ore dalla sua improvvisa scomparsa.

Ripercorriamo, attraverso cinque tappe fondamentali, la carriera “più nascosta” di Carrie Fisher, la principessa inquieta di Star Wars:

carrie fisher

The Blues Brothers

Non solo la Fisher è riuscita ad uscire indenne dal successo inarrestabile che seguì l’uscita al cinema del primo capitolo della trilogia di Lucas, ma riuscì – nel 1980 – a prendere parte ad un altro film che, nel corso degli anni, sarebbe diventato un cult intramontabile: The Blues Brothers, regia di John Landis, è un musical – comedy atipico che cavalca l’onda mediatica del duo di musica blues e soul creato dagli attori comici John Belushi e Dan Aykroyd in seno al Saturday Night Live. Figlio della sua epoca (gli ottanta nudi e crudi), è un concentrato di trovate pirotecniche al limite del verosimile, numeri musicali eccellenti ed immortali (sulle note di Aretha Franklin, James Brown, Cab Calloway e tanti altri) e scene entrate, con forza dirompente, nell’immaginario collettivo. Come l’ex fidanzata con tendenze omicide di Jake “Joliet” Blues, che – dopo essere stata lasciata sull’altare – fa di tutto per scovare il quasi (ex) marito per ringraziarlo… a modo suo. Già durante le riprese la Fisher (nonostante fosse la compagna di Aykroyd all’epoca delle riprese) cominciò a mostrare i primi segni dell’abuso di alcol e droghe, che ne minarono la carriera impedendole di godere appieno dell’onda del successo che stava cavalcando.

Cartoline dall’Inferno

Alla fine degli anni ’80 la Fisher inizia una sorta di “carriera” parallela nell’industria di Hollywood: sceglie di dedicarsi alla scrittura, sia come narratrice che in veste di sceneggiatrice. E non solo lavora come script doctor alla sceneggiatura di Hook Capitan Uncino, firmato nel 1991 da Steven Spielberg, ma già nel 1990 un suo romanzo semi–autobiografico aveva debuttato sul grande schermo grazie al regista Mike Nichols: Cartoline dall’Inferno è un dramma crudele con protagoniste Meryl Streep e Shirley MacLaine, nonché un’amarissima riflessione sul rapporto conflittuale che l’attrice ha sempre avuto con la madre, Debbie Reynolds (famosa interprete del musical cult Cantando Sotto la Pioggia, scomporsa proprio ieri all’età di 84 anni). Negli anni la Fisher ha pubblicato altri romanzi (Surrender the Pink, The Princess Diarist) e realizzato uno spettacolo teatrale, Wishful Drinking, dove attraverso il cabaret e la confessione, ripercorre gli anni ruggenti della propria vita, parlando delle proprie vicende familiari, del suo disturbo bipolare (diagnosticato a 24 anni) e del rapporto conflittuale con il personaggio della Principessa Leia.

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Hannah e le Sue Sorelle

Versatile e poliedrica, durante la sua carriera ha affrontato i generi più diversi: dalla fantascienza che l’ha resa famosa, al musical (con il quale ha debuttato in teatro), la commedia, l’horror e il dramma: ne è un esempio la dramedy in puro stile Woody Allen, Hannah e le Sue Sorelle, del 1986: è un film corale ricco di star alle prese con gli alti e i bassi della vita; la Fisher interpreta April, l’amica di una delle sorelle di Hannah (Holly) che entra in competizione con la donna, sua partner in affari, per la presenza di un uomo del quale entrambe sono infatuate.

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Bolle di Sapone

Tutti i colleghi della Fisher parlano della vena fortemente autoironica che aveva la donna, e che le permetteva di non prendersi mai troppo sul serio, ma anche di analizzare con lucidità la propria malattia (il bipolarismo) e i chiaroscuri che delineavano le ambigue ombre del successo. Lo hanno dimostrato, durante la sua carriera, in numerosi film dove ha riso di sé stessa ma soprattutto dei “pazzi” meccanismi alla base dell’industria hollywoodiana: Scream 3 (il capitolo più “metacinematografico” mai realizzato da Wes Craven), ma anche Maps to the Stars di David Cronenberg, dove non c’è umorismo ma una crudele rappresentazione delle luci e delle ombre della Mecca del cinema; forse però il film più rappresentativo è Bolle di Sapone, diretto nel 1991 da Michael Hoffman, una commedia grottesca e cinica sulla televisione che mette alla berlina la vacuità dell’industria delle soap opera dimostrando come, spesso, la realtà superi di gran lunga la fantasia dimostrandosi più interessante. Tra colpi di scena, tradimenti, figli illegittimi, produttori senza scrupoli, cambi di sesso e attori pronti a tutto per assaggiare le luci della ribalta, la Fisher sfodera tutta la sua arguta autoironia – anche se in un ruolo più piccolo – per dare smalto al cinico ritratto dei nuovi mostri della nostra epoca.

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Harry ti Presento Sally

Sicuramente la sua presenza nel cult di Rob Reiner Harry Ti Presento Sally datato 1989 non ha segnato l’immaginario collettivo con la stessa potenza della scena della tavola calda, con tanto di orgasmo simulato da Meg Ryan; eppure è impossibile non ricordare Carrie Fisher nei panni di Marie, la migliore amica di Sally, che finisce per sposarsi con Jess, il migliore amico di Harry (Billy Crystal) nella romcom madre di tutte quelle che hanno segnato la decade successiva.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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