Il film Backrooms, prodotto da A24, è approdato ufficialmente nelle sale portando con sé uno degli immaginari horror più virali degli ultimi anni. L’opera è ispirata alla creepypasta esplosa nel 2019, che ha dato origine a un vero e proprio universo narrativo online, poi ampliato anche grazie a una web serie realizzata dal giovane youtuber e regista statunitense Kane Parsons, appena ventenne e già al centro di un fenomeno culturale globale.
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Il film, interpretato da Chiwetel Ejiofor (12 anni schiavo) e Renate Reinsve (Sentimental Value), rielabora questa mitologia digitale trasformandola in un racconto cinematografico strutturato, dove horror esistenziale e tragedia psicologica si intrecciano costantemente. La storia ruota attorno a Clark (Ejiofor), proprietario di un negozio di mobili che sta attraversando una dolorosa separazione dalla moglie. In parallelo, la sua terapeuta Mary (Reinsve) si ritrova a indagare sulla sua improvvisa scomparsa, mentre l’uomo sembra trascorrere sempre più tempo nelle misteriose Backrooms.
Man mano che Mary si avvicina alla verità, il film rivela un mondo alternativo vastissimo e instabile, costruito come una distorsione della realtà quotidiana. Quando anche lei entra nelle Backrooms per cercare Clark, si trova immediatamente di fronte a un ambiente inquietante e incomprensibile, popolato da presenze disturbanti e regole impossibili da decifrare. Il loro incontro segna una svolta: Clark, all’inizio apparentemente collaborativo, colpisce Mary e la trascina sempre più a fondo nell’incubo.

Dietro le quinte della realtà
Mary si risveglia a un tavolo da pranzo, circondata da Clark e da una serie di figure quasi umane, ma imperfette, note come Still Life. Queste entità sembrano copie distorte della realtà, abbastanza simili agli esseri umani da risultare riconoscibili, ma abbastanza sbagliate da diventare profondamente inquietanti. In questo contesto claustrofobico, Clark espone la sua visione delle Backrooms: un luogo che rappresenterebbe “tutto ciò che è mai esistito”.
Secondo la sua interpretazione, le Backrooms funzionano come una copia imperfetta della realtà, dove ogni cosa del mondo reale viene replicata in forma distorta: il suo negozio di mobili, la casa d’infanzia di Mary e altri luoghi familiari. Questa logica si estende anche agli Still Life, che incarnano proprio questa idea di imitazione incompleta dell’umano. Progressivamente, nel film emerge una seconda forza in gioco: la misteriosa azienda Async, introdotta fin dall’inizio con la tragica storia di un esploratore abbandonato nelle Backrooms. All’interno dell’organizzazione opera Phil (interpretato da Mark Duplass), uno scienziato coinvolto nello studio del fenomeno.
Async, un tempo azienda specializzata nella produzione di macchine per la risonanza magnetica, avrebbe abbandonato il proprio settore originario dopo la scoperta delle Backrooms, dedicandosi interamente alla loro esplorazione. Phil spiega che l’azienda ha mappato quanto possibile di questo mondo instabile, ma sottolinea un dettaglio inquietante: le Backrooms continuano a espandersi. Per Async, si tratta della scoperta più importante della storia umana, un enigma potenzialmente infinito.

Che cosa succede a Mary?
Nel segmento finale, Mary si ritrova legata e costretta a partecipare a un inquietante gioco di ruolo orchestrato da Clark, che rievoca il primo incontro tra lui e la sua ex moglie. La situazione diventa sempre più tesa, con Clark che perde progressivamente il controllo emotivo. A questo punto appare una nuova e terrificante manifestazione degli Still Life: una versione gigantesca di Clark nei panni di un pirata (Pirate Clark), alta circa tre metri, con un volto deformato e una violenza incontrollabile. Questo versione alterata uccide la versione reale di Clark, trasformando la scena in una fuga disperata.
Mary scappa attraverso le Backrooms senza sapere se si stia avvicinando all’uscita o perdendo ulteriormente nell’illusione. Alla fine raggiunge quello che sembra essere il negozio di mobili di Clark, ma presto scopre che anche quello è solo una versione alternativa del mondo delle Backrooms. Proprio mentre Pirate Clark la raggiunge, Mary viene salvata dall’arrivo di una squadra di scienziati di Async, che rimangono sconvolti dalla sua presenza. Sia Mary che Pirate Clark vengono quindi trasportati nel mondo reale per essere studiati.
Mary incontra così Phil, che cerca di mantenere il controllo della conversazione evitando di rispondere direttamente alle sue domande. Quando Mary chiede quale sarà il suo destino, Phil ammette di non avere ancora una risposta: nessuna decisione è stata presa. Questo lascia il personaggio in una condizione di totale sospensione, mentre la sua sorte rimane volutamente irrisolta.

Un incubo che continua oltre lo schermo
Backrooms si chiude con un’immagine disturbante: una versione Still Life di Mary seduta in una replica imperfetta della stanza in cui aveva parlato con Phil. Ciò suggerisce che la duplicazione della realtà nelle Backrooms continui anche dopo gli eventi principali. Nel frattempo, il Pirata Clark viene osservato dagli scienziati di Async in una struttura di contenimento, lasciando aperta la possibilità che anche lui abbia un ruolo futuro nella storia. Il finale costruisce così una potenziale apertura per un seguito, ma mantiene tutto nel dubbio, coerentemente con la natura dell’opera.
Kane Parsons ha ribadito in diverse interviste il suo desiderio di mantenere il finale ambiguo. Pur avendo una sua interpretazione personale degli eventi, il regista non vuole imporla al pubblico, preferendo che ogni spettatore costruisca la propria lettura del film. L’unico chiarimento esplicito riguarda la natura della storia: gli eventi mostrati non sono un sogno. Per il resto, il significato rimane aperto, e la possibilità di un sequel non è stata ancora confermata.
Backrooms si chiude lasciando lo spettatore sospeso tra spiegazioni parziali e nuovi misteri. Tra la teoria della realtà come copia imperfetta, l’ossessione di Clark, le ricerche di Async e il destino incerto di Mary, il film costruisce un universo narrativo che sembra destinato a non esaurirsi mai del tutto.


