5 film e 5 serie del 2020 assolutamente da recuperare

Il 2020 è stato un anno sfortunato per ovvie ragioni. Il cinema e la serialità, però, ci hanno regalato alcune opere di assoluto livello.

Quello che ci stiamo lasciando – per fortuna – alle spalle è stato un anno infausto. La Pandemia ha avuto una ricaduta negativa generalizzata. Anche l’industria audiovisiva ne ha sofferto. Il cinema, ad esempio, ha provato inizialmente a resistere attraverso specifiche “misure di contenimento” (in particolare la riduzione dei posti in sala); si è dovuto poi arrendere all’evidenza di una situazione impossibile da gestire; è risorto in estate, aiutato anche dalle arene all’aperto; ed infine ha proseguito la sua corsa fino agli ultimi giorni di ottobre, quando purtroppo ha dovuto cedere nuovamente il passo all’aumento esponenziale dei contagi.

Come la distribuzione, anche la produzione ha dovuto fare i conti con il Covid-19. In questo caso, non solo quella cinematografica ma anche quella seriale. Set chiusi in fretta e furia, progetti accantonati e altri posticipati a chissà quando. È la realtà audiovisiva ai tempi della Pandemia: dove gran parte delle major pur di sopravvivere ha fatto ricorso allo streaming (una necessità che potrebbe diventare prassi in futuro, come dimostra il caso Warner), e dove invece i colossi dello streaming hanno visto accrescere abbonati e interazioni degli utenti.

Eppure, nonostante le difficoltà, anche il 2020 è stato un anno ricco di grandi film e serie. Per quanto riguarda il cinema, sono stati tanti i titoli a non uscire nelle sale – ad esempio l’atteso Dune di Denis Villeneuve -, ma quelli che hanno avuto la fortuna di essere distribuiti hanno riconsegnato l’immagine sfaccettata di un’industria cinematografica in grande salute. Se Mank di David Fincher ha rappresentato un po’ la classica ciliegina sulla torta (per la gioia di Netflix), sono stati molteplici i film degni di nota. Solo per fare qualche nome: 1917 di Sam Mendes, Piccole donne di Greta Gerwig e Favolacce dei fratelli D’Innocenzo.

Lo stesso si può dire della serialità, sicuramente meno colpita del cinema dall’attuale situazione sanitaria, almeno a livello di distribuzione. L’anno è stato caratterizzato da un profluvio di contenuti. Oltre alle piattaforme “storiche” (Netlix e Amazon Prime Video), ha fatto la sua entrata in scena – roboante, naturalmente – Disney+, mentre sono cresciute le varie Starzplay, Apple Tv e la nostrana Rai Play (poco pubblicizzata dalla casa madre, eppure ricca di contenuti interessanti). Netflix, come da copione, ha recitato la parte del gigante: La regina di scacchi si è imposta all’attenzione generale nella seconda parte dell’anno, mentre i primi mesi del 2020 erano stati caratterizzati dai successi di Tiger KingHollywood. Ma le altre concorrenti non sono state da meno: Disney si è giocata la carta nostalgia con The Mandalorian, Amazon ha giocato “pesante” (almeno nelle intenzioni) con Hunters, mentre Sky/Now Tv hanno rilanciato la serialità italiana con l’ambizioso Romulus, spin-off del film di Matteo Rovere Il primo re.

Dato che l’anno volge ormai al termine, abbiamo pensato di segnalare qualche titolo uscito un po’ in sordina, in particolare a causa del delicato momento storico: nello specifico 5 film e 5 serie. Non si tratta – e lo specifichiamo fin da subito – dei titoli migliori 2020, ma di quelli che – secondo noi – andrebbero recuperati per le loro qualità.

1Le serie

Unorthodox

L’industria audiovisiva non è un paese per donne. Lo si è detto chissà quante volte nel corso degli ultimi anni; fiato sprecato, perché alla consapevolezza non è mai seguita una vera e propria rivoluzione atta a concedere a registe e sceneggiatrici i privilegi di cui godono i loro contraltari maschili. Qualcosa, però, forse è cominciato a mutare. Se c’è un fil rouge che lega buona parte della produzione seriale del 2020 è l’attenzione verso storie al femminile raccontate da donne. Tra queste è da annoverare anche la notevole miserie Netflix Unorthodox, ideata da Anna Winger e Alexa Karolinski (anche sceneggiatrici insieme a Daniel Handler) e diretta nella sua interezza da Maria Schrader.

Tratto dal libro autobiografico di Deborah Feldman, la serie racconta una storia di emancipazione da una realtà patriarcale dominata da precetti retrogadi. Esty (la rivelazione Shira Haas) è una giovane donna di fede ebraica ultra-ortodossa chassidica in cerca di libertà. Quella che la madre ha già ottenuto, fuggendo dalla natia New York per riparare a Berlino, dove si è fatta una nuova vita. Imprigionata in un matrimonio combinato – secondo tradizione -, Esty decide di ripercorrere l’itinerario materno scappando anche lei in Europa. Presente e passato si compenetrano: da una parte l’agognata affermazione di sé, dall’altra la reclusione “forzata” in un contesto sociale illiberale. Agevolata da una struttura agile (sono solo 4 puntate), la serie non si perde in inutili fronzoli andando dritta al punto. A volte, forse, paga lo schematismo tipico di una serie a tema, ma sa toccare anche corde emotive assai profonde.

Tales from the Loop

Nonostante non abbia il fascino mediatico di Netflix, Amazon Prime Video sta cercando di ridurre il gap con la concorrenza in modo coerente ed efficace. Ha un catalogo assai vario, comprendente oltretutto film d’epoca e curiose filmografie (parziali): ad esempio quella di Ingmar Bergman, una vera chicca. Nel 2020, però, ha anche cercato di fare un salto di qualità relativamente alla produzione e alla distribuzione seriale. Da questo punto di vista, Tales from the loop è quasi una manifestazione d’intenti. Cercare vie alternative rispetto alla serialità contemporanea; rifuggire schemi predefiniti per concedersi la libertà di realizzare serie che rifiutano ogni possibile catalogazione. Prendiamo ad esempio proprio la serie ideata da Nathaniel Halpern e prodotta da Matt Reeves. Sotto la scorza fantascientifica, nasconde altre (e alte) ambizioni che potremmo definire poetico-esistenzialiste.

Ispirata alle futuribili illustrazioni dell’artista svedese Simon Stålenhag, la serie propone allo spettatore un viaggio in un futuro distopico in cui l’ambiente umano è contraddistinto dalla presenza di macchine ultratecnologiche abbandonate – forse memoria di un tempo relativamente passato? -, dove esseri umani e robot solitari convivono pacificamente. Anziché propendere per una narrazione lineare, Tales from the loop si affida a una struttura antologica, lasciando allo spettatore il compito di mettere insieme i pezzi per comporre un puzzle capace di indurre a riflettere su temi complessi quali la memoria, gli affetti famigliari, la solitudine. Sulle storie raccontante incombe una cappa di placido fatalismo. Il tempo del racconto è dilatato, l’azione sovente ridotta al minimo. E ad emergere sono soprattutto i sentimenti. Un piccolo capolavoro.

Normal People

La giovanissima scrittrice Sally Rooney è stata presentata come la “Salinger della generazione Snapchat”. Forse una definizione un po’ troppo forte, ma che sicuramente rende l’idea sul talento di un’autrice che con solo due libri all’attivo ha fatto parlare di sé non solo in patria – è irlandese -, ma anche nel resto del mondo. Il suo secondo romanzo, Normal People (in italiano lo trovate tradotto come: Persone normali) è diventato anche una serie a distanza di un anno dalla sua pubblicazione. Prodotta dalla BBC in collaborazione con il canale americano Hulu, la serie, scritta dalla stessa scrittrice insieme a Alice Birch e Mark O’Rowe, è giunta in Italia sul canale Starzplay suscitando una reazione positiva da parte della critica.

Marianne (Daisy Edgar-Jones) e Connel (Paul Mescal) provengono da due realtà sociali molto diverse: lei è figlia di una famiglia benestante, lui è povero. Si innamorano e iniziano una tormentata relazione attraverso la quale scopriranno di non essere poi così diversi, nonostante le apparenze. Non dura molto. Si separano, ma destino vuole che si incontrino nuovamente al College. Cercheranno di ricostruire il loro rapporto e diventare amici, ma non sarà così semplice. Criticato soprattutto per il realismo (mai morboso, in realtà) con il quale è descritto il rapporto carnale tra i due amanti, Normal People è una serie che scava nei sentimenti di due persone fragili, restituendoci la veridicità di sentimenti che ognuno di noi – almeno una volta nella propria vita – ha provato. Struggente.

Challenger – L’ultimo volo

Il 28 gennaio 1986, a pochi secondi dalla sua partenza, il razzo che stava portando in orbita lo shuttle Challenger esplose, provocando la morte di tutto l’equipaggio. Una delle più grandi tragedia “spaziali” della storia, che sconvolse l’opinione pubblica americana e mise in discussione le ambizioni di conquista dello spazio della Nasa. Una vicenda che è stata raccontata nella bella docuserie netflix Challenger – L’ultimo volo. I registi Daniel Junge e Steven Leckart compiono un interessante lavoro di “ricomposizione”, affidandosi da una parte al materiale dell’epoca (vecchie interviste, filmati inediti della Nasa, servizi giornalistici, ecc.) e dall’altro al racconto dei testimoni (familiari delle vittime, ex dipendenti dell’Agenzia spaziale americana, giornalisti) non solo per cercare di capire quali furono le cause dell’incidente, ma soprattutto se eventualmente poteva essere evitato.

Ciò che ne esce è, da una parte, una ricostruzione puntigliosa degli accadimenti che mette in evidenza le colpe della Nasa e dei suoi vertici circa la tragedia, senza però dimenticare di dare il giusto spazio anche alle vittime; dall’altra una riflessione acuta sul tema della conquista dello Spazio e sui rischi di un progetto il cui fine sembra essere al di sopra di ogni cosa: anche della vita umana. Cercando di non dare giudizi, ma concedendo la parola anche ai responsabili diretti dell’incidente – ad esempio, William Lucas, all’epoca direttore del Nasa Marshall Space Flight Center -, a loro volta onesti nell’ammettere a distanza di anni le loro responsabilità, la serie rappresenta un documento imprescindibile per conoscere e approfondire uno degli eventi che ha segnato la storia recente degli Stati Uniti.

Lovecraft Country – La terra dei demoni

E se il 2020 fosse l’anno “0” della riscoperta di uno degli scrittori più influenti del ‘900, ingiustamente dimenticato dalla cosiddetta “cultura alta”? Stiamo parlando di H.P. Lovecraft, il padre dei miti di Cthulhu, la cui influenza su cinema e serialità è stata inversamente proporzionale alle volte in cui la sua opera è stata debitamente trasposta sul grande schermo. L’anno che si sta concludendo, però, ha segnato una significativa svolta nel rapporto tra uno dei padri della moderna letteratura di genere e l’audiovisivo. Dapprima l’uscita (negli Stati Uniti al cinema, da noi solo in streaming on demand) del film Il colore venuto dallo spazio di Richard Stanley, con protagonista Nicholas Cage, tratto da un racconto del 1927, e poi quella della serie tv (su Sky/Now Tv) Lovecraft Country – La terra dei demoni, tratta sì dall’omonimo romanzo di Matt Ruff, ma profondamente intrisa di riferimenti all’universo lovecraftiano.

Ideata da Misha Green e prodotta da J.J. Abrams e Jordan Peele (non proprio due qualunque), la serie racconta la storia ai confini della realtà di un reduce afroamericano della Guerra di Corea che giunge in Florida sulle orme del padre, misteriosamente scomparso. Un viaggio che lo porterà a scontrarsi con misteri e orrori non solo (e non tanto) soprannatutali, quanto drammaticamente reali: ad esempio, il razzismo imperante nell’America degli anni ’50, specchio naturalmente di quella ben poco accogliente di oggi. L’horror va a braccetto con lo sci-fi e il thriller; l’estetica da B-Movie in stile Roger Corman dialoga con i cliché tipici del genere, per sublimarsi poi in un prodotto che non assomiglia a nessun altro. Il risultato finale è un incubo lungo 10 puntate. Così disturbante che sarebbe piaciuto allo stesso Lovecraft. Ne siamo certi.

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